FRIGNANO – Ucciso con un colpo di pistola alla testa, poi caricato nel bagagliaio della sua auto, una Lancia Y, e infine dato alle fiamme. Vittima di questa barbarie fu Matteo Tesorello, assassinato il 17 aprile del 2004. A distanza di oltre vent’anni, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, grazie al lavoro dei carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, ha fatto scattare un’ordinanza cautelare nei confronti dei presunti autori di quell’omicidio. Su disposizione del gip Rosaria Maria Aufieri, i militari dell’Arma hanno arrestato Armando Di Puoti, detto ‘Armanduccio’, 53 anni, Raffaele Simonelli, alias Papele, 55 anni, e Placido Tonziello, conosciuto come Ninuccio, 63 anni, tutti di Frignano.
Secondo la ricostruzione dell’Antimafia, a ordinare il delitto sarebbe stato Raffaele Bidognetti, detto ‘o puff’ – figlio del boss Francesco Bidognetti Cicciotto ’e mezzanotte – oggi collaboratore di giustizia. Per questo episodio Bidognetti risulta indagato a piede libero. I tre destinatari della misura cautelare, invece, sarebbero stati gli esecutori materiali dell’assassinio, avvenuto in località San Francesco a Villa di Briano. Le accuse contestate sono pesanti: concorso in omicidio aggravato dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare il clan Bidognetti, oltre alla detenzione e al porto in luogo pubblico di un’arma da fuoco.
Un delitto che si inserisce nel contesto della sanguinosa stagione del clan dei Casalesi, quando il controllo del territorio veniva imposto con la violenza e con esecuzioni mirate. Tesorello, però, era finito nel mirino del clan molto prima del 2004. Già nel febbraio del 1998, infatti, era stato organizzato un agguato per eliminarlo. In quell’occasione, però, il commando commise un errore nell’individuazione della vittima. Al posto di Tesorello venne colpito Giovanni Borrata. Fatale per lui un colpo di pistola calibro 45 che lo raggiunse alla testa mentre si trovava a bordo di una Mercedes, all’esterno dell’abitazione della fidanzata, nella stessa zona frequentata proprio da Tesorello.
Per quell’episodio è oggi indagato a piede libero Marcello Ferrara, detto Amaro Averna, ritenuto coinvolto nell’azione criminale insieme a Raffaele Bidognetti. Nei confronti di quest’ultimo, tuttavia, si era già proceduto in un altro procedimento conclusosi con sentenza nel 2012. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, ‘o puff, dopo aver effettuato appostamenti per almeno un paio di giorni insieme a Ferrara con l’obiettivo di uccidere Tesorello, esplose il colpo che raggiunse Borrata, scambiandolo per il vero bersaglio. Ferrara avrebbe partecipato agli appostamenti e accompagnato Bidognetti sul luogo dell’agguato, guidando una Fiat Punto verde chiaro, risultata di provenienza furtiva e utilizzata per l’azione.
Borrata non morì subito: resistette per circa due settimane dopo il ferimento, ma le sue condizioni si aggravarono fino al decesso, avvenuto in ospedale il 5 marzo 1998. Una pagina drammatica della storia del clan dei Casalesi, capace per anni di terrorizzare l’Agro aversano spargendo sangue e imponendo il proprio dominio con la violenza. Un’organizzazione che manifestava il controllo del territorio in modo plateale, sfidando apertamente lo Stato e mietendo vittime. Oggi, grazie alle indagini e al lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, quel sistema criminale è stato in gran parte smantellato. Ma continuano a emergere, uno dopo l’altro, i retroscena e le responsabilità di delitti rimasti a lungo senza risposta, riportando alla luce pagine oscure che si temeva potessero restare sepolte per sempre.


















