CASAPESENNA – Fatture per il carburante che, secondo la Dda di Ancona, avrebbero consentito alle imprese riconducibili a Giuseppe Diana e Antonio Esposito di procurarsi ingenti somme in contanti. È uno dei filoni dell’inchiesta sugli affari della ricostruzione post-terremoto nelle Marche, che la scorsa settimana ha portato all’esecuzione di otto misure cautelari e coinvolge complessivamente 51 persone.
Al centro dell’indagine ci sono società di costruzioni che, stando alla tesi dell’accusa, avrebbero ottenuto lavori finanziati con i fondi pubblici destinati alle zone colpite dal sisma del 2016, aggirando i controlli antimafia.
Sul fronte dei carburanti, gli investigatori ipotizzano che dietro le fatture si nascondessero, in alcuni casi, forniture mai avvenute. I documenti fiscali risultavano emessi da Kuwait Petroleum, compagnia che opera con il marchio Q8, mentre i rapporti commerciali erano intrattenuti con la Marchitto Srl, società rappresentata legalmente da Edmondo Marchitto e che gestiva gli impianti interessati dalle verifiche. Né alla compagnia petrolifera né a Marchitto e alla sua società vengono attribuite specifiche contestazioni penali nell’ordinanza cautelare.
Il presunto meccanismo si basava sull’utilizzo delle carte carburante aziendali. Le imprese avrebbero pagato rifornimenti mai effettuati, ottenendo poi la restituzione delle somme in contanti, al netto di una percentuale trattenuta dal gestore. In sostanza, al posto del carburante avrebbero ricevuto denaro liquido, difficilmente tracciabile, riuscendo contemporaneamente a contabilizzare spese non sostenute, con possibili vantaggi fiscali.
L’analisi della documentazione ha riguardato operazioni per oltre 1,6 milioni di euro, riferite a diverse società e a periodi compresi tra il 2022 e il 2025. A destare sospetti sono stati soprattutto gli importi elevati, spesso a cifra tonda, e la successione di transazioni a distanza di appena un minuto. In alcuni casi, nell’arco di pochi minuti, venivano registrati numerosi rifornimenti attribuiti a imprese differenti. Le operazioni si concentravano principalmente in tre distributori, due a Napoli e uno a Roma, anche quando le aziende avevano sedi operative lontane dagli impianti.
Particolare attenzione è stata riservata alla Mira Costruzioni, collegata a Giuseppe Diana, e alla Ricostruire Srl, ritenuta amministrata di fatto da Antonio Esposito. Gli investigatori hanno rilevato che i rapporti della prima società con il circuito dei distributori si sarebbero interrotti in concomitanza con l’interdittiva antimafia del febbraio 2025, mentre altre imprese avrebbero continuato a effettuare operazioni analoghe.A rendere più delicato il quadro sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nicola Inquieto (nel tondo), ex esponente del clan Zagaria, che ha indicato nei falsi rifornimenti uno degli espedienti utilizzati per trasferire denaro alle organizzazioni camorristiche. Una ricostruzione sulla quale il gip Sonia Piermartini, pur riconoscendo la gravità degli indizi raccolti, ha posto precisi limiti.
Nell’ordinanza il giudice ritiene verosimile che le forniture fossero fittizie e che gli importi pagati venissero restituiti in contanti dalla Marchitto Srl. I rapporti commerciali documentati fino al maggio 2026 confermerebbero inoltre la capacità di Esposito di procurarsi liquidità attraverso la Ricostruire, trasformando i rifornimenti in una sorta di ‘bancomat’. Diversa è invece la valutazione sulla destinazione delle somme. Per il gip, gli elementi acquisiti non sono sufficienti a dimostrare che Esposito abbia trasferito denaro alle casse del clan, a differenza di quanto ritenuto per i fratelli Diana.
Il capitolo dei carburanti rappresenta dunque uno spaccato della più ampia inchiesta condotta dalla guardia di finanza e coordinata dalla Dda di Ancona sugli affari della ricostruzione dopo il terremoto del 2016. Al centro delle contestazioni figurano presunte frodi sui contributi pubblici, subappalti irregolari, corruzione e intestazioni fittizie di società, attraverso le quali gli indagati avrebbero cercato di aggirare i controlli antimafia. Secondo l’accusa, l’imprenditore marchigiano Enrico Crucianelli, attraverso la propria società, avrebbe acquisito numerosi appalti, affidando poi parte dei lavori a imprese formalmente intestate a prestanome, ma ritenute riconducibili ai fratelli Diana e a Esposito, ritenuti legati al clan Zagaria.
L’inchiesta è sfociata nell’arresto, tra gli altri, di Giuseppe e Raffaele Diana, di Casapesenna, e di Antonio Esposito, originario di San Cipriano d’Aversa. Ad assisterli, i legali Guido Diana e Carlo De Stavola. Per quest’ultimo il gip ha escluso l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, pur disponendo la custodia cautelare in carcere per altre contestazioni. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.
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