Segregate in casa, fermato un uomo di Torre del Greco. Fondamentale per le indagini l’uso di ‘telefoni fantasma’ attivati clandestinamente a Napoli

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TORRE DEL GRECO – La luce del sole, dopo quindici giorni di oscurità, deve essere parsa loro quasi insopportabile. Quando i carabinieri del Ros hanno fatto irruzione nell’abitazione di Rio Fresco, a Formia, non hanno trovato le due sorelline – A. di 16 anni e S. di 12 – intente a giocare o a progettare una vita nuova. Le hanno trovate segregate in una stanza, con le persiane serrate, costrette a un isolamento che profumava di paura e di un affetto distorto, quello di chi confonde il possesso con l’amore.

La loro storia, iniziata con la sparizione dalla casa-famiglia di Civitella Alfedena, nell’Aquilano, tra il 6 e il 7 giugno, si è chiusa ieri sera, mettendo fine a due settimane di angoscia che hanno tenuto l’Italia col fiato sospeso. Il blitz, coordinato dal procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, ha portato al fermo di tre persone con l’accusa di sequestro di persona: la madre delle ragazze, Valentina D’Acunto, il nonno materno, Marco D’Acunto, e il compagno della donna, Vincenzo Esposito, originario di Torre del Greco.

Dietro la liberazione delle due ragazzine c’è un lavoro investigativo certosino che affonda le radici in uno dei volti più oscuri della criminalità partenopea: il mercato nero delle schede telefoniche. Gli inquirenti, infatti, sono arrivati al covo di Formia seguendo le tracce di una videochiamata. A Napoli esiste un sottobosco di schede telefoniche attivate clandestinamente in serie, spesso intestate a prestanome ignari o a figure che non esistono, pronte a essere vendute a chiunque voglia agire nell’ombra. Sono i cosiddetti “telefoni fantasma”, strumenti preziosi per chi cerca di sottrarsi alla giustizia o di condurre traffici illeciti.

Proprio una di queste schede, intestata a un cittadino pachistano e attivata nel capoluogo campano pochi giorni prima della fuga, è diventata la “briciola” di Pollicino che ha tradito il gruppo. Il monitoraggio attento di quel numero ha permesso ai carabinieri dell’Aquila e di Latina di chiudere il cerchio attorno all’anziana parente che ospitava le minori.

“Non hanno fatto salti di gioia quando ci hanno visto”, ha raccontato con amarezza il procuratore D’Angelo. “Si sono chiuse in quella stanza dove avevano vissuto fino a quel momento”. Le due sorelle non uscivano mai, non potevano aprire le persiane, l’unico contatto con il mondo esterno era la televisione. Una prigionia che non ha nulla a che vedere con la malavita organizzata, ma che affonda le radici in una deriva genitoriale definita senza mezzi termini dal magistrato come “malata”.

“Sono due genitori che hanno rinunciato al loro primo dovere: mettere al centro l’interesse delle minori”, ha aggiunto D’Angelo, ricordando come queste bambine, da quando ne avevano sei e tre, non abbiano mai avuto una figura capace di occuparsi di loro con un amore disinteressato. Mentre Valentina D’Acunto è stata condotta nel carcere di Teramo, suo padre Marco D’Acunto e il compagno di Torre del Greco Vincenzo Esposito sono stati trasferiti in quello di Sulmona. L’anziana di 80 anni, che ha dato rifugio alle sorelle, è invece indagata a piede libero.

Il sindaco di Minturno, Gerardo Stefanelli, ha preso in carico l’aspetto materiale e legale per tutelare le ragazze, ora affidate a una struttura protetta, lontano dai riflettori. “Vivono uno stato di forte stress emotivo”, ha spiegato il primo cittadino.

Arrivati a questo punto, al di là dell’applauso che ha accompagnato l’uscita dei militari dal covo di Formia, resta il compito più difficile: restituire a A. e a S. il diritto di essere semplicemente adolescenti, in un mondo dove le persiane devono restare aperte e dove nessuno, mai, ha il diritto di confinare la loro libertà.

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