Tiger in Italia: accuse su contratti e merce non a norma

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Sostenibilità opaca
Sostenibilità opaca

Flying Tiger Copenhagen, la celebre catena danese di oggettistica, ha conquistato il mercato globale grazie a un modello di business efficace, basato su un’offerta di oltre 4.000 prodotti a prezzi estremamente competitivi. Con 1.100 negozi in 44 Paesi, l’Italia si è affermata come il suo mercato di punta, contando ben 126 punti vendita. L’azienda ha sempre promosso un’immagine di sé attenta alla sostenibilità e al benessere dei propri collaboratori, presentandosi come un modello virtuoso nel panorama del retail moderno.

Tuttavia, dietro questa facciata curata, si è aperta una profonda crepa. I lavoratori hanno iniziato a denunciare una realtà ben diversa, caratterizzata da contratti precari, come quelli a chiamata, e stipendi base che spesso si attestano intorno ai 900 euro mensili. Molti hanno raccontato di un massiccio ricorso al part-time involontario e di turni di lavoro comunicati con preavviso minimo, una pratica che costringe a ritmi di lavoro stressanti, multitasking e che rende impossibile conciliare vita privata e professionale.

Le criticità non hanno riguardato solo la gestione del personale. Anche la sicurezza dei prodotti, venduti su larga scala, è finita più volte sotto la lente delle autorità di controllo. Di recente, il gruppo è stato costretto a effettuare un richiamo di diversi lotti di bicchieri decorati, poiché contenevano sostanze che migravano nel cibo oltre i limiti consentiti, risultando non conformi alle normative dell’Unione Europea sulla sicurezza alimentare. Poco dopo, un analogo provvedimento ha interessato alcuni prodotti alimentari, come lupini e fiocchi di soia, ritirati per motivi di scarsa sicurezza e controlli qualitativi giudicati inefficaci.

La protesta dei dipendenti ha trovato una potente cassa di risonanza sui social network, in particolare sulle pagine Facebook e Instagram intitolate “Le tigri di Tiger”. Questi canali sono diventati un diario collettivo dove vengono condivise in prima persona esperienze di sfruttamento e condizioni di lavoro definite da molti come una forma di “schiavismo moderno”. Attraverso questa mobilitazione digitale, i lavoratori sono riusciti a creare una sorta di mini-sindacato auto-organizzato, superando l’isolamento tipico dei contratti frammentati.

Da questa unione è nata una piattaforma con richieste chiare e precise: un adeguamento salariale per raggiungere una retribuzione dignitosa, l’aumento del monte ore minimo garantito per i contratti part-time, la stabilizzazione dei precari e una pianificazione dei turni comunicata con largo anticipo. Questa forma di lotta, nata dal basso e amplificata dagli strumenti digitali, è stata osservata con interesse perché potrebbe rappresentare un nuovo modello di rivendicazione per le tante persone che operano nell’universo della “gig economy”, l’economia dei “lavoretti” basata su flessibilità e tutele minime.

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