Timbro (Articolo1): i referendum sulla giustizia una sconfitta del Parlamento

Timbro (Articolo1): i referendum sulla giustizia una sconfitta del Parlamento
Timbro (Articolo1): i referendum sulla giustizia una sconfitta del Parlamento

NAPOLI – La riforma della giustizia passa anche attraverso i referendum promossi dal Partito radicale e dalla Lega. Cinque i quesiti su cui i cittadini potranno esprimersi il prossimo 12 giugno: l’abolizione della Severino che sancisce l’incandidabilità per i condannati; la limitazione del procedimento di custodia cautelare prima della sentenza definitiva; la separazione delle carriere; la riforma del Csm e la possibilità per gli avvocati di valutare i magistrati. A fare il punto con Cronache è la deputata, responsabile nazionale Legalità e lotta alle mafie di Articolo 1, Maria Flavia Timbro.

A breve si voterà per i referendum sulla giustizia promossi da Lega e radicali, qual è la sua posizione in merito ai quesiti posti?

Credo che i quesiti a cui i cittadini dovranno rispondere il prossimo 12 giugno siano molto importanti, ma anche molto complessi. Ritengo che non sia errato parlare di una sconfitta del Parlamento, poiché la gente ci ha fatto presente più volte che non ha fiducia nella giustizia e che fatica ad avere giustizia. Per questo penso che probabilmente sarebbe dovuto essere il legislatore a occuparsi di sanare le carenze del sistema giustizia. La riforma in sé è una riforma complessa: alcuni quesiti rappresentano una battaglia storica.

Si riferisce alla separazione delle carriere? Lei è favorevole o contraria?

Ritengo che mantenerle separate abbia una sua motivazione, la Costituzione  l’ha voluto per ragioni che ritengo ancora valide, soprattutto per consentire la corretta formazione giurisdizionale di un magistrato.

Tra i quesiti anche quello relativo all’abolizione della legge Severino…

Per chi deve amministrare la cosa pubblica è importante avere un filtro, la gente e le pubbliche amministrazioni devono avere una tutela.

Ha parlato di una riforma importante su cui il Parlamento sarebbe dovuto essere più incisivo: quanto ha inciso su questo il fatto che al governo in maggioranza ci siano tutte le forze politiche, tranne Fdi?

La riforma della giustizia ce l’ha chiesta l’Europa e abbiamo fatto molti passi avanti, ma è pur vero che fare delle riforme con una maggioranza così variegata con una visione differente della giustizia è complicato. L’auspicio è riuscire a raggiungere il miglior risultato in tempi ridotti, ma c’è la preoccupazione di commettere qualche errore o lasciare indietro qualcosa. Sulle questioni delicate si deve mantenere alta l’attenzione.

Quali questioni in particolare?

Mi riferisco per esempio alla questione dell’ergastolo ostativo che dal mio punto di vista andrebbe tenuta in alta considerazione, perché si rischia di smontare un sistema che invece ci ha consentito di dire che chi governava le strutture organizzative criminali nel ’92 oggi non è più in circolazione.

Ma le organizzazioni criminali non sono scomparse, si sono reinventate. A proposito di questo quanto è reale il rischio di infiltrazioni adesso che ci sono da spendere le risorse del Piano nazionale di ripresa?

I rischi sono alti perché il Pnrr, che è un’occasione grandissima per il Paese, lo è anche per la criminalità organizzata. Ci sono più soldi e per fare presto probabilmente le regole saranno meno rigide di prima. Credo che a noi spetti il compito di aumentare i controlli a tutti i livelli, alzare le pene, dare maggiori poteri ai prefetti come ha avuto modo di dire anche il presidente Draghi. Ma anche lavorare sul tessuto sociale per fare in modo che la corruttela non sia una abitudine a cui i cittadini sono avvezzi e azzerare le disuguaglianze. E’ chiaro che nei territori poveri ci sono zone maggiormente permeabili al potere delle mafie e lì le infiltrazioni saranno sempre più facili”.

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