Professionisti e vip nella piazza di spaccio a Secondigliano: attirati dalla cocaina low cost

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Luigi Carrella e Antonio Gemei
Luigi Carrella e Antonio Gemei

NAPOLI – All’alba di martedì, gli agenti di polizia hanno eseguito una serie di arresti nel Rione Berlingieri, nel cuore del quartiere di Secondigliano, segnando un passo importante nell’azione contro il narcotraffico cittadino. Otto indagati sono stati spediti in carcere, mentre altri tre sono stati sottoposti agli arresti domiciliari, nell’ambito di un’inchiesta durata oltre un anno, tra marzo 2022 e maggio 2023, sul business degli stupefacenti gestito dai Licciardi. Al centro dell’operazione c’era quella che gli investigatori hanno definito la “piazza di spaccio di 111”, considerata un punto vendita ‘democratico’ di cocaina, con prezzi accessibili, consegne affidabili e una clientela trasversale composta da operai, professionisti, avvocati e volti dello spettacolo, tutti attratti da un modello capace di adattarsi alla domanda.

La vendita avveniva su due livelli: da un lato lo scambio diretto nella piazza, dall’altro un servizio su ordinazione con consegne prenotate via telefono. Il sistema, secondo le stime della polizia, generava centinaia di migliaia di euro l’anno, profitti che servivano a sostenere il clan di riferimento, reinvestendo nelle attività illecite, mantenendo i detenuti e supportando le famiglie degli affiliati. La partecipazione, però, non era libera: tutti i membri erano vincolati a rifornirsi esclusivamente dal clan, una sorta di “tassa obbligata”, e chi non rispettava le regole subiva conseguenze anche violente, come dimostra il pestaggio di uno spacciatore che non aveva saldato una partita di droga nei tempi stabiliti.

Le indagini hanno rivelato un controllo capillare del territorio. I giardini pubblici di via Monte Faito erano stati trasformati in depositi a cielo aperto, con droga nascosta tra le aree verdi e sottratta alla fruizione dei cittadini, creando un rischio concreto soprattutto per i bambini, potenzialmente esposti a involucri di stupefacente. Non meno sofisticato era il sistema di difesa del gruppo: una rete di controvigilanza pedinava gli investigatori, monitorando auto e orari di servizio nel tentativo di esercitare un controllo totale, poi neutralizzato grazie alle intercettazioni e ai riscontri investigativi.

Le regole interne erano rigide: turni, reperibilità e ferie dovevano rispettare l’imperativo di essere sempre disponibili alla clientela. Una conversazione intercettata tra uno spacciatore esperto e la moglie mostra come anche la vita privata fosse subordinata agli ordini del clan, con le ferie considerate un lusso non concesso. Le difficoltà emerse quando lo stesso spacciatore è stato arrestato hanno evidenziato l’efficienza del sistema: chi ha tentato di sostituirlo è stato rapidamente “licenziato” perché ritenuto inadatto al ruolo e troppo esposto al rischio di identificazione da parte delle forze dell’ordine.

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