Microplastiche: trovate per la prima volta nelle nuvole

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Inquinamento invisibile
Inquinamento invisibile

Una recente ricerca condotta in Giappone ha rivelato per la prima volta la presenza di microplastiche all’interno delle nuvole, sollevando nuove, preoccupanti domande sul ciclo globale di questi inquinanti. La scoperta, pubblicata su una rivista scientifica internazionale, suggerisce che i frammenti non solo contaminano oceani e suolo, ma viaggiano anche attraverso l’atmosfera, con potenziali conseguenze dirette sul clima.

Il team di scienziati, guidato dall’università di Waseda, ha raccolto campioni di acqua dalle nebbie che avvolgono le cime del Monte Fuji e del Monte Oyama. Utilizzando tecniche di spettroscopia e microscopia avanzata, i ricercatori hanno analizzato la composizione chimica e fisica delle particelle sospese nell’acqua raccolta. Questa metodologia ha permesso di identificare e quantificare la presenza di diversi tipi di polimeri.

I risultati hanno confermato la presenza di nove diversi tipi di polimeri e un tipo di gomma nelle goccioline d’acqua analizzate. La concentrazione media era compresa tra 6,7 e 13,9 pezzi per litro. Queste particelle, essendo idrofile (capaci di legarsi con l’acqua), agiscono come “nuclei di condensazione”, proprio come fanno polvere e altri aerosol naturali. Ciò significa che facilitano la formazione delle gocce che compongono le formazioni nuvolose.

L’impatto di questo fenomeno sul sistema climatico è ancora da definire, ma le ipotesi sono allarmanti. La presenza di questi nuclei di condensazione artificiali potrebbe alterare le proprietà delle nuvole, influenzandone la durata, la capacità di riflettere la luce solare e i modelli di precipitazione. Un’ipotesi è che possano accelerare la formazione di cristalli di ghiaccio in alta quota, modificando il ciclo dell’acqua e l’equilibrio termico del pianeta.

Gli studiosi ritengono che queste microplastiche provengano principalmente dalla degradazione di rifiuti presenti negli oceani, trasportati verso l’alto dalle correnti d’aria. Una volta raggiunta l’alta atmosfera, queste particelle sono esposte a radiazioni ultraviolette molto intense, che ne accelerano la frammentazione. Questo processo, a sua volta, potrebbe rilasciare gas a effetto serra, contribuendo ulteriormente al riscaldamento globale.

Questa scoperta apre un nuovo capitolo nello studio dell’inquinamento, definendo il concetto di “inquinamento atmosferico da plastica”. Saranno necessarie ulteriori ricerche per comprendere appieno la portata di questo ciclo e i suoi effetti a lungo termine sulla salute del pianeta e dei suoi abitanti. L’evidenza sottolinea ancora una volta l’urgenza di strategie globali per ridurre la produzione e la dispersione di materie plastiche nell’ambiente.

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