CASAPESENNA – Il controllo capillare del territorio, la disponibilità di armi, la capacità di intimidire e piegare il commercio, di infiltrarsi negli appalti pubblici e nel business della droga. Ma soprattutto l’abilità di penetrare il tessuto economico sano e contaminarlo. E poi il denaro: tanto, accumulato attraverso queste attività illecite e reinvestito grazie a una rete di prestanome in Italia e all’estero. È questo il quadro che emerge dall’indagine dei carabinieri che, ieri mattina, ha portato in carcere – su disposizione del gip Fabio Provvisier del Tribunale partenopeo – 19 persone e disposto i domiciliari per altre quattro. Un’inchiesta corposa, che restituisce in pieno la grammatica mafiosa del clan dei Casalesi (IN CALCE ALL’ARTICOLO TUTTI I NOMI E LE FOTO)
L’attività, coordinata dalla Dda di Napoli, ha colpito con forza i vertici della fazione Zagaria e le sue propaggini, mettendo sotto inchiesta – tra destinatari di misure cautelari e indagati a piede libero – 43 persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, riciclaggio, detenzione illegale di armi, concorrenza illecita, usura e traffico di narcotici. Un risultato che affonda le sue radici nel 2019, quando è iniziato il lavoro dei militari dell’Arma del Comando provinciale di Caserta, del Gruppo di Aversa e della Compagnia di Casal di Principe, con il supporto dei carabinieri del Ros. Le indagini, sostiene la Procura di Napoli, hanno consentito di acquisire gravi indizi in relazione alla perdurante attività della cosca di Michele Zagaria (nel tondo), alias Capastorta, il boss ergastolano in carcere dal 2011. E ora a tenere in mano le redini di questo gruppo sarebbero due dei suoi fratelli, Antonio e Carmine, supportati dal nipote Filippo Capaldo, tutti portati in cella ieri.
Nel corso delle investigazioni è stato individuato, tra gli altri, quello che per la Dda è un ulteriore esponente di spicco dell’associazione, ovvero Carlo Bianco (già in prigione e ieri raggiunto da questa nuova ordinanza). Secondo quanto emerso dalle indagini, svolgeva una funzione di ‘raccordo’ tra la frangia armata dell’organizzazione e la sua leadership. Bianco, nel seguire le direttive dei fratelli Zagaria, sarebbe stato impegnato nelle attività di estorsione, usura e traffico di sostanze stupefacenti, nonché nel controllo di alcuni settori economici del territorio, tra cui l’imposizione nelle compravendite terriere (pretendendo somme variabili tra i 15.000 e gli oltre 125.000 euro in considerazione del prezzo del cespite). E nella lista delle sue ‘mansioni’ anche le intestazioni fittizie di attività commerciali, la gestione delle slot machine – ritenuta sempre di elevato interesse economico per le organizzazioni criminali – finalizzate a garantire il sostentamento degli affiliati grazie alla suddivisione dei profitti derivanti dalle attività illegali.
Sono stati anche individuati diversi esercizi commerciali nella disponibilità di alcuni indagati che venivano utilizzati come basi operative per la pianificazione e il coordinamento delle attività illecite del clan. Nel corso dell’attività investigativa sono state arrestate, su provvedimenti delle autorità giudiziarie competenti, altre 9 persone e 2 in flagranza di reato – tutte diverse dai 43 presenti nell’inchiesta – e sono state sottoposte a sequestro 4 pistole, una mitraglietta ‘Skorpion’, un fucile a canne mozze, circa 600 cartucce di vario calibro, nonché circa 11 chili di sostanza stupefacente di vario tipo.
Ulteriori approfondimenti investigativi hanno permesso, poi, di accertare l’esistenza di una cassa comune del clan, utilizzata anche per investimenti in attività legali (società di autonoleggio, intestazioni fittizie per eludere la normativa in materia di prevenzione patrimoniale) e per prestiti a tassi usurai, nonché di dimostrare operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio, attraverso l’impiego di denaro illecito, tramite una società con sede in Spagna e una del casertano inserita nel settore della raccolta rifiuti, entrambe riferibili a Filippo Capaldo, il nipote del capo clan Capastorta.
Le attività investigative hanno infine consentito di documentare l’avvio di un ambizioso progetto criminale tendente al consolidamento di mirati contatti con esponenti della ‘ndrina dei Bellocco, con base nella provincia di Reggio Calabria, divenuti nel tempo fornitori abituali di sostanze stupefacenti (soprattutto cocaina), grazie ai quali, atteso il prezzo competitivo e l’ottima qualità dello stupefacente, il clan Zagaria avrebbe potuto imporsi sul mercato ‘casalese’, strizzando l’occhio alle piazze di Caivano, sotto assedio da parte delle forze dell’ordine.
Contestualmente all’esecuzione delle misure cautelari personali, i carabinieri del Ros hanno eseguito il sequestro preventivo dei compendi di 2 aziende (la Isvec e Jolly Market), per un valore complessivo di circa 40 milioni di euro. I provvedimenti eseguiti sono misure cautelari disposte in sede di indagini preliminari. I destinatari di queste misure, rispetto alle quali potranno presentare ricorso al Riesame, sono da considerare presunti innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile. Nel collegio difensivo, tra gli avvocati impegnati, Giuseppe Stellato, Paolo Di Furia, Paolo Raimondo, Dezio Ferraro, Ferdinando Letizia, Mario Griffo, Pasquale Diana, Andrea Imperato, Renato Jappelli, Danilo Di Cecco, Angelo Raucci, Enzo Domenico Spina e Francesco Parente.





















