La casa a Dubai per muovere soldi, capitali investiti a Tenerife: la vocazione estera di ‘Capastorta’

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Vincenzo Pellegrino (indagato) e Alfonso Ottimo (carcere)
Vincenzo Pellegrino (indagato) e Alfonso Ottimo (carcere)

CASAPESENNA – Che gli Zagaria avessero da sempre una spiccata vocazione imprenditoriale, più marcata rispetto alle altre fazioni del clan dei Casalesi, era già emerso in diverse indagini. Ma che quella capacità si fosse spinta ben oltre i confini europei, fino a Dubai, rappresenta uno degli elementi più significativi emersi dall’ultima inchiesta dei carabinieri del comando provinciale di Caserta.

È proprio seguendo i flussi di denaro che gli investigatori sono riusciti a ricostruire una rete articolata di reinvestimenti all’estero, capace di collegare Campania, Spagna ed Emirati Arabi. Un sistema che, secondo l’accusa, non si limita a occultare i proventi illeciti, ma li reimmette nel circuito economico attraverso attività apparentemente lecite. Emblematica, in questo senso, è la posizione di Filippo Capaldo, ritenuto dagli inquirenti figura apicale della fazione e arrestato ieri a Tenerife (già condannato in via definitiva per associazione mafiosa). Secondo l’impianto accusatorio, avrebbe reinvestito circa 100mila euro, ritenuti provento delle attività del clan, nella società ‘Enza Oro Cafè’, attiva nel settore della ristorazione a Tenerife.

Un’operazione realizzata, sempre secondo la ricostruzione investigativa, attraverso una complessa triangolazione di denaro, passata per società italiane e spagnole, tra bonifici e operazioni simulate. Ma proprio su questo snodo si innestano ulteriori contestazioni. Gli inquirenti delineano infatti un meccanismo più ampio che coinvolge anche Vincenzo Pellegrino, Armando Orlando e Alfonso Ottimo, chiamati a rispondere, a vario titolo, di autoriciclaggio aggravato dal metodo mafioso. In particolare, Orlando avrebbe versato circa 200mila euro sul conto di Pellegrino come apparente caparra per l’acquisto di un immobile a Dubai, nel complesso Aykon City 2, di proprietà dello stesso Capaldo.

Una compravendita mai concretizzata, ritenuta dagli inquirenti strumentale a giustificare la movimentazione dei fondi e a schermarne la provenienza. Parte di quella somma, circa 100mila euro, sarebbe stata successivamente trasferita alla Jolly Market srl di San Marcellino, società ritenuta riconducibile alla famiglia Capaldo-Zagaria. Da qui, attraverso la gestione di Ottimo, il denaro sarebbe stato bonificato alla ‘Oro Enza Cafè’, società formalmente intestata alla moglie di Capaldo ma ritenuta nella sua disponibilità. In questo modo, sempre secondo l’accusa, i proventi illeciti sarebbero stati reimpiegati in attività economiche lecite, consentendo al gruppo di operare nel settore della ristorazione a Tenerife e, al contempo, di garantire sostegno economico alle famiglie del clan rimaste a Casapesenna.

Il denaro, inoltre, sarebbe stato alimentato anche da flussi provenienti da società ritenute dagli inquirenti riconducibili ad ambienti della criminalità organizzata campana (clan Polverino), a conferma di un intreccio di relazioni e cooperazioni tra gruppi diversi. L’immobile individuato dagli investigatori nel cuore di Dubai rappresenta uno dei tasselli più evidenti di questa strategia: non un investimento concretizzato, ma un’operazione ritenuta funzionale a giustificare e movimentare capitali all’estero.

Le intercettazioni raccolte nel corso dell’indagine restituiscono l’immagine di un’organizzazione ancora strutturata, con ruoli ben definiti tra vertici e gregari. Un ‘sistema’, come lo definiscono gli stessi affiliati, incaricato di gestire la cassa comune e alimentare attività come l’usura e le estorsioni. Proprio la gestione delle risorse emerge in maniera chiara in un’intercettazione del 3 ottobre 2023, durante un incontro tra soggetti ritenuti vicini al clan.

In quel contesto si fa riferimento a Carmine Zagaria e ai suoi spostamenti, con un elemento che conferma la proiezione internazionale del gruppo: il figlio Nicola, estraneo all’inchiesta, risulterebbe impegnato come calciatore in una squadra con sede a Dubai. Un dato privo di rilievo penale ma significativo sotto il profilo investigativo, perché indicativo della presenza di interessi e relazioni negli Emirati. Non solo capitali, dunque, ma anche legami e punti di appoggio all’estero.

È in questo intreccio tra economia legale e illegale che si inserisce la nuova dimensione del clan Zagaria: una struttura capace di utilizzare società, prestanome e operazioni finanziarie per consolidare il proprio potere e garantire continuità economica al gruppo. Il quadro che emerge è quello di una consorteria che ha saputo evolversi, riducendo la visibilità militare per rafforzare quella economico-finanziaria. Una mafia meno appariscente ma ancora pervasiva, capace di muovere capitali, stringere alleanze e radicarsi anche oltre i confini nazionali. Ed è proprio questa capacità di espansione, unita alla solidità del ‘sistema’ interno, a rappresentare oggi uno degli elementi di maggiore attenzione per gli inquirenti: un’organizzazione che cambia pelle, ma non perde forza.

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