Cartella clinica alterata, 3 condanne: 4 anni e 6 mesi al patron di Pineta Grande a Castel Volturno

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Francesca Oliva e Vincenzo Schiavone
Francesca Oliva e Vincenzo Schiavone

CASTEL VOLTURNO – A quasi dodici anni dalla tragica scomparsa di Francesca Oliva, morta il 24 maggio 2014 insieme a due dei tre gemellini che portava in grembo, arriva una sentenza di primo grado che scuote la sanità casertana. Il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha condannato l’imprenditore Vincenzo Schiavone, patron della clinica Pineta Grande, a 4 anni e sei mesi di reclusione per la presunta falsificazione della cartella clinica della giovane paziente. Il collegio giudicante ha inoltre inflitto 3 anni e 4 mesi ai medici Giuseppe Delle Donne e Gabriele Vallefuoco, mentre è stato assolto da ogni accusa Stefano Palmieri, all’epoca primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia, per il quale il pubblico ministero Giacomo Urbano aveva chiesto tre anni. Per le parti civili è stato stabilito un risarcimento danni da liquidare in separata sede.

Al centro del processo non vi era la responsabilità medica del decesso, per la quale l’inchiesta sull’omicidio colposo si è già conclusa con l’assoluzione di tutti i sanitari, bensì quanto accaduto nei minuti e nelle ore successive alla morte di Francesca Oliva. Secondo l’impianto accusatorio, la cartella clinica sarebbe stata manipolata per ricostruire una gestione sanitaria apparentemente conforme alle linee guida e allontanare possibili conseguenze giudiziarie. Le contestazioni parlavano di cancellazioni e modifiche di annotazioni cliniche rilevanti, aggiunte retrodatate di note sul ricovero e prescrizione postuma di antibiotici mai somministrati in tempo reale.

Fondamentale, nel dibattimento, è stata la posizione del medico Renato Bembo, non imputato e costituito parte civile, autore delle prime registrazioni sul “malessere generale” della paziente che, secondo la Procura, sarebbero state successivamente eliminate o alterate per coprire presunte lacune assistenziali. Gli imputati, assistiti da un folto collegio difensivo composto dagli avvocati Stellato, Sgambato, Erpico, Maria, Vallefuoco e Vanacore, hanno sempre respinto le accuse.

Nonostante la condanna in primo grado, vige il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza irrevocabile. È scontato il ricorso in Appello da parte dei legali di Schiavone, Delle Donne e Vallefuoco, che punteranno a smontare la tesi del dolo nella gestione della documentazione sanitaria. “Subisco una condanna – afferma Schiavone – per un reato che non solo non ho commesso, ma che non avrei avuto nessun motivo e soprattutto interesse a commettere, visto che la nostra struttura paga, ogni anno, solo di premio assicurativo oltre un milione e mezzo di euro per i risarcimenti dei danni derivanti dall’attività medico-professionale. Quello che più mi addolora, come medico e come uomo, è proprio questo: l’accusa di aver voluto alterare un documento per ‘risparmiare’ un risarcimento che, ripeto, rientra nelle previsioni dell’attività di una struttura che ogni giorno salva la vita a decine di persone e cura e assiste migliaia di pazienti provenienti da tutta la regione e anche da fuori la Campania”.

Gli avvocati difensori Giuseppe Stellato e Claudio Sgambato, dopo aver annunciato il ricorso in appello, hanno precisato che il giudice monocratico non ha ammesso la testimonianza importante e decisiva dei due agenti della polizia in servizio di scorta armata a cui era sottoposto l’imprenditore dal 2008. “Sono sicuro che la correttezza e la limpidezza del mio operato e di quello dei miei collaboratori venga presto riconosciuta da un giudice a Napoli, senza dover scomodare un giudice a Berlino”, conclude Schiavone.

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