Asse con la ’ndrangheta per il traffico di cocaina: svelati i rapporti dei Casalesi con fornitori del Reggino

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Rolando D'Angelo (carcere), Biagio Ianuario (carcere) e Nicola Pezzella (indagato)
Rolando D'Angelo (carcere), Biagio Ianuario (carcere) e Nicola Pezzella (indagato)

CASAPESENNA – Per anni era rimasto ai margini: un settore quasi ‘proibito’, che il gruppo Zagaria non aveva mai realmente fatto proprio, anzi a tratti aveva persino osteggiato. Ma i tempi cambiano e, per continuare a resistere sul territorio, anche i clan devono adattarsi. È così che la compagine ha progressivamente aperto al mondo degli stupefacenti, entrando in un mercato che storicamente, nell’area casalese, era appannaggio di altre fazioni.

L’inchiesta della Dda di Napoli che ieri ha colpito il gruppo riconducibile agli Zagaria fotografa proprio questo passaggio: una trasformazione strutturale che segna (anche) l’ingresso stabile nel traffico di droga e, soprattutto, ne evidenzia la capacità di muoversi ben oltre i confini locali. Secondo la ricostruzione investigativa, il perno di questa nuova fase è rappresentato da Carlo Bianco, ritenuto promotore e finanziatore dell’attività, affiancato da Pasquale Padulo con compiti organizzativi. Attorno a loro ruota una rete articolata, composta da Biagio Ianuario, di Cancello ed Arnone, e dal cognato Rolando D’Angelo, grazzanisano, Giuseppe Catalano, ma anche da Giuseppe Albano e Pasquale Albano, indicati come fornitori-intermediari nei canali di approvvigionamento, oltre ad Aldo Bianco, Antonio Gammardella e Massimo Natale, che sarebbero stati impegnati, a vario titolo, tra acquisti, gestione delle piazze e logistica dello stupefacente. A loro è contestato il reato di associazione finalizzata allo spaccio con l’aggravante mafiosa.

Nella ipotizzata trama di trafficanti di droga, non ritenuti intranei al gruppo diretto da Bianco, figurano anche Emiliano Amata e Nicola Pezzella, storico esponente dello spaccio nell’area riconducibile al gruppo Schiavone. Ma come si sarebbe mosso questo sistema? Le carte parlano chiaro: partite di narcotici acquistate in Calabria, in particolare nell’area del Reggino, e poi smistate sul territorio. In un episodio contestato, tra il 2 e il 4 novembre 2022, Bianco e Padulo, dopo aver acquistato almeno un chilo di cocaina, avrebbero ceduto dieci grammi al prezzo di 350 euro a Catalano, che poi li distribuiva al dettaglio. In altri casi, le cessioni riguardavano quantitativi tra i 10 e i 50 grammi alla volta, destinati a Ianuario e D’Angelo, a loro volta impegnati nella distribuzione. In un ulteriore passaggio, sempre secondo gli atti, circa 100 grammi di cocaina, poi diventati complessivamente 200 nel tempo, sarebbero stati ceduti tramite Amata a Pezzella per alimentare le piazze di spaccio del territorio casalese.

Ma il dato più significativo è la continuità dell’approvvigionamento: non singole operazioni isolate, ma un vero e proprio sistema. Gli inquirenti descrivono acquisti ripetuti di partite da uno o più chilogrammi alla volta, con una filiera stabile che coinvolge soggetti diversi e ben organizzati. Ed è qui che emerge il salto di qualità: i rapporti con la criminalità calabrese. Bianco, secondo quanto ricostruito, avrebbe stretto legami con soggetti del Reggino, in particolare collegati alla cosca Bellocco di Rosarno, conosciuti anche durante periodi di detenzione. Da questi canali arrivava cocaina di buona qualità a prezzi più competitivi rispetto a quelli praticati sulle piazze campane.

Le intercettazioni raccontano contatti diretti, viaggi e trattative. In una conversazione, Bianco parla apertamente di “amici calabresi” pronti a fornire droga a condizioni vantaggiose, sottolineando come il prezzo fosse inferiore rispetto a quello di Secondigliano. In altri dialoghi emergono riferimenti a spostamenti verso la Calabria, apparentemente giustificati con motivazioni fittizie ma in realtà legati agli affari. Questo rapporto stabile con fornitori calabresi consente al gruppo di inserirsi con maggiore forza nel mercato, fino a tentare di competere anche su piazze tradizionalmente controllate da altri clan, come quelle riconducibili ai Bidognetti e agli Schiavone.

E non solo. L’indagine evidenzia anche il tentativo di espansione verso Caivano, territorio storicamente nevralgico e oggi fortemente presidiato dalle forze dell’ordine. Proprio questa pressione investigativa, secondo il gip, avrebbe creato spazi che il gruppo riconducibile agli Zagaria avrebbe cercato di occupare, proponendosi come fornitore alternativo.

Le risultanze tecniche, tra intercettazioni, video monitoraggi, tracciamenti telefonici e servizi di osservazione, delineano un’attività che da episodica diventa stabile. Una progressione che porta il giudice a ritenere configurabile una vera e propria associazione dedita al traffico di stupefacenti, strutturata su più livelli: fornitori, intermediari e gestori di piazze di spaccio autonome ma collegate. In questo contesto si inseriscono anche figure come Aldo Bianco e Antonio Gammardella, indicati come acquirenti abituali e gestori di piazze, tra cui quella di Vairano Patenora, mentre Massimo Natale avrebbe avuto un ruolo operativo nelle consegne e nello stoccaggio della droga a Caivano.

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