AFRAGOLA – Non è stato un semplice contenzioso tra ditte edili. Non è stata una lite per qualche fattura arretrata. Tra le pieghe del procedimento firmato dal giudice Alessandro Moneti su richiesta della Dda, emerge uno spaccato inquietante di criminalità organizzata della provincia di Napoli trapiantata nel cuore della Toscana, tra Poggibonsi e Monteriggioni, nelle campagne senese. Al centro dell’inchiesta c’è un manipolo di uomini, undici indagati in totale, accusati a vario titolo di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Tra loro spiccano nomi legati al clan Moccia, l’organizzazione camorristica egemone ad Afragola, che avrebbe proiettato la sua ombra violenta sui cantieri della provincia di Siena.
Tutto ha inizio nella primavera del 2025. La società Re.Strutture s.r.l. affida alcuni lavori a corpo alla P.R. Appalti s.r.l. di Raffaele Panico. Un accordo iniziale da 16mila euro che, nel giro di poche settimane, si trasforma in un incubo finanziario e personale. Attraverso una serie di ricalcoli arbitrari e pressioni psicologiche, il debito lievita mostruosamente: dai 16mila pattuiti si passa a una pretesa di 160mila euro. Un “salto” che non trova giustificazione tecnica, ma che viene imposto con la forza dell’intimidazione.
Il protagonista indiscusso di questa escalation di violenza verbale è Giuseppe Castiello, detto Peppe, già noto alle cronache. Le intercettazioni raccolte dagli inquirenti restituiscono un linguaggio da brividi. Castiello non si limita a chiedere soldi: esibisce il proprio pedigree criminale per annichilire la volontà delle vittime. “Tu lo sai chi sono io? Sono Castiello Giuseppe, noto alle forze dell’ordine, sono un guappo, un camorrista… vai su internet e vedi chi sono. Se mi arrestano fuori ci sono altri mille soldati che vengono a prenderti”.
Le minacce, documentate tra marzo e aprile 2025, seguono un climax di inaudita ferocia. Se inizialmente si parla di “sigillare il cantiere”, in breve tempo si arriva alla minaccia fisica diretta: “Ti stacco la testa”, “ti cavo gli occhi”, “ti strappo il cuore dal petto”. Il momento di massima tensione si registra nei giorni precedenti la Pasqua 2025. Gli indagati, tra cui spiccano anche Gennaro Castiello, Giovanni Del Prete (indicato come intraneo al clan Moccia) e Claudio Zanfardino, decidono di passare dalle parole ai fatti. Il cantiere di Monteriggioni viene fisicamente occupato. Gli operai della Re.Strutture vengono cacciati con la forza.
In una telefonata drammatica del 18 aprile, Giuseppe Castiello urla al telefono contro un imprenditore: “Oggi piangono i figli miei a casa, domani piangono i tuoi! Ti faccio fare la morte della pecora!”. Nonostante le resistenze degli imprenditori, il gruppo criminale riesce a estorcere un bonifico istantaneo di 15mila euro e a costringere le vittime a firmare un riconoscimento di debito per i famigerati 160mila euro, suddivisi in rate da 40mila.
L’aggravante del metodo mafioso è il cardine dell’ordinanza. Non è solo la violenza a pesare, ma la modalità con cui è stata esercitata: l’evocazione continua del clan di appartenenza, l’uso di “soldati” per presidiare il territorio (il cantiere) e l’esplicito disprezzo per lo Stato. “Puoi andare anche dalle guardie, a me non me ne frega un cazzo del giudice, mi faccio anche 30 anni”, diceva Castiello, sicuro dell’impunità garantita dal silenzio delle vittime.
L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Firenze, ha permesso di sventare l’incasso della seconda trance da 40mila euro. Gli imprenditori, messi con le spalle al muro, hanno trovato il coraggio di non cedere all’ultima richiesta, nonostante Castiello avesse promesso di “scatenare l’inferno” martedì dopo Pasqua. L’ordinanza firmata dal gip Alessandro Moneti mette fine a un assedio durato mesi, confermando che, anche in territori apparentemente isolati dalle dinamiche della mala napoletana, le infiltrazioni criminali nel settore degli appalti restano una minaccia presente, brutale e pericolosamente vicina.
Il giudice ha disposto l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere per Giuseppe Castiello, 46 anni; Raffaele Panico, 62enne residente a Scarperia e San Piero (ma originario di San Felice a Cancello); il conterraneo Felice De Falco, anch’egli residente nel Mugello. Insieme a loro, varcano le soglie del penitenziario il 27enne Gennaro Castiello (figlio di Giuseppe), i 40 Giovanni Del Prete e Claudio Zanfardino, entrambi residenti ad Afragola, e il 43enne Domenico Abategiovanni, di Afragola ma residente a Prato.
Una diversa valutazione è stata invece riservata agli altri quattro indagati, per i quali sono stati disposti gli arresti domiciliari. Si tratta del 30enne Michele Iorio, del 36enne Salvatore Rosmarino e del giovanissimo Biagio Francesco Di Grazia, appena 20enne, tutti di Afragola; del 50enne Armando Pecoraro, detto Lello, originario di Bassano del Grappa ma residente a Castel Volturno. Per loro, la legge prevede l’obbligo di rimanere confinati all’interno delle proprie abitazioni con il divieto assoluto di allontanarsi senza autorizzazione.
La misura è accompagnata da una stretta sorveglianza sui contatti sociali: agli indagati è infatti preclusa ogni forma di comunicazione con persone esterne, fatta eccezione esclusivamente per i familiari conviventi e per i propri avvocati difensori. Gli indagati, sia quelli finiti in carcere che gli altri rinchiusi ai domiciliari, sono ovviamente da considerare innocenti fino a eventuale condanna in terzo grado di giudizio. Le accuse sono, a vario titolo, di estorsione e tentata estorsione aggravate dal metodo mafioso, minaccia a pubblico ufficiale e tentata violenza privata.



















