I messaggeri dei fratelli Zagaria

Pizzini, intermediari e telefoni criptati: così i vertici della cosca provavano a eludere le intercettazioni

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i fratelli Zagaria
Antonio e Carmine Zagaria

CASAPESENNA – Anni e anni di intercettazioni, eppure riuscire ad ascoltare la loro voce non è stato facile. Carmine e Antonio Zagaria, secondo quanto ricostruito dai carabinieri, avevano adottato un’estrema cautela nelle comunicazioni: parlare il meno possibile, evitare dettagli, non esporsi mai direttamente. E quando c’era da impartire ordini, il più delle volte si affidavano ad altri, messaggeri fidati e uomini di raccordo, utilizzati per tenere lontani i vertici da ogni esposizione diretta. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che li indica oggi al vertice della cosca legata al fratello Michele, detto Capastorta, detenuto al 41 bis dal 2011. Un’indagine lunga e articolata, condotta dai militari del Nucleo investigativo di Caserta, della Compagnia di Casale e del Ros di Napoli, che ha coinvolto 43 persone e portato all’arresto di 23 di loro.

Al centro del sistema c’era una rete di comunicazione costruita per eludere controlli e intercettazioni. Carmine Zagaria, in particolare, viene descritto come estremamente restio all’uso del telefono. Preferiva i cosiddetti ‘pizzini’, messaggi scritti fatti recapitare tramite uomini di fiducia. Tra questi, un ruolo chiave lo avrebbero avuto Angelo Antonio Salviati, di Trentola Ducenta, e Francesco Adinolfi, di Castel Voturno,
Il primo, titolare della pizzeria ‘Eclisse’ a Trentola Ducenta, metteva a disposizione il locale, sostiene l’Antimafia, per incontri riservati con affiliati e rappresentanti di altre fazioni. Il secondo, legato direttamente alla famiglia – figlio della compagna di Antonio Zagaria, Patrizia (Paola) Martino (non coinvolta nell’indagine) e convivente – agiva da vero e proprio intermediario, ponte costante tra i vertici e gli uomini operativi, in particolare con Carlo Bianco, figura ritenuta esecutiva delle direttive del clan.

Ma il ruolo di Adinolfi, secondo gli atti, andrebbe ben oltre quello del semplice ‘postino’. Per gli investigatori rappresentava un vero snodo operativo: uomo di fiducia inserito stabilmente nel circuito familiare, utilizzato sia per trasmettere ordini sia per filtrare le comunicazioni più delicate.

In alcune circostanze sarebbe stato lui a ricevere richieste di incontri riservati con Antonio Zagaria, che prima dell’arresto aveva messo base a Castel Volturno, facendo da intermediario diretto e gestendo tempi e modalità dei contatti. Non solo: dalle intercettazioni emerge anche un suo doppio ruolo, tra messaggero e prestanome, a conferma di una posizione ritenuta centrale negli equilibri del gruppo.

Le intercettazioni raccontano di contatti continui, appuntamenti riservati e incontri in luoghi ritenuti sicuri: bar, attività commerciali, persino esercizi aperti appositamente per favorire riunioni lontano da occhi indiscreti. Carlo Bianco, secondo gli investigatori, si recava quasi quotidianamente da Carmine Zagaria, adottando precauzioni come lasciare il telefono in auto per evitare tracciamenti.

Un sistema rodato, dove ogni passaggio era filtrato e mediato. In questo schema, Adinolfi emerge come riferimento stabile per i contatti con Antonio Zagaria: nelle intercettazioni è lui a farsi carico di “riferire”, riportare indicazioni e chiarimenti ai vertici, confermando il suo ruolo centrale nei flussi di comunicazione del gruppo.

Accanto ai metodi tradizionali, l’inchiesta documenta anche l’uso di telefoni criptati, spesso con schede estere, per comunicazioni più sensibili. Un ulteriore livello di protezione che si affiancava alla rete dei messaggeri. Sia Adinolfi che Salviati – da considerare innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile – risultano indagati per associazione mafiosa nell’ambito della stessa inchiesta che ha portato all’arresto dei fratelli Zagaria. Per questa accusa sono finiti in carcere, così come i due presunti vertici del clan.

Il quadro che ne emerge è quello di una struttura ancora fortemente organizzata, capace di adattarsi e aggiornare i propri strumenti pur mantenendo logiche antiche: compartimentazione, prudenza estrema e una catena di comando che passa sempre attraverso uomini fidati. Un sistema che, secondo gli inquirenti, ha consentito ai fratelli Zagaria di continuare a esercitare il proprio ruolo apicale senza esporsi direttamente.

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