TEVEROLA – Feroci, pronti a usare le armi per affermare il proprio potere e punire chi ‘sgarra’. Una violenza non improvvisata, ma pianificata e ordinata dai vertici del clan per lanciare segnali chiari: chi si oppone paga, chi parla rischia. È in questo contesto che la Direzione distrettuale antimafia di Napoli colloca l’aggressione avvenuta nella notte del 18 marzo 2023 ai danni di un giovane di Teverola, sfregiato al volto con un coltello. Un episodio che oggi torna al centro delle indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta e che ha portato il gip Rosaria Maria Aurilia a disporre una nuova misura cautelare in carcere per il boss Nicola Di Martino, alias Nicola 23, e per Salvatore De Santis, detto ’o buttafuori.
Secondo la ricostruzione della Dda, coordinata dal pm Simona Belluccio, i due avrebbero agito come mandanti, insieme al boss Aldo Picca (per questa vicenda indagato a piede libero), dell’agguato che ha provocato uno sfregio permanente al viso della vittima. Un’azione punitiva finalizzata – secondo l’accusa – a tutelare gli interessi del clan Picca-Di Martino e a garantire silenzio e fedeltà su traffici illeciti.
Le indagini si inseriscono nel più ampio filone investigativo che ha già documentato l’esistenza e l’operatività di un’organizzazione camorristica – guidata proprio da Picca e Di Martino – radicata tra Teverola e Carinaro, impegnata in estorsioni, traffico di droga, imposizione di slot machine e servizi di vigilanza, oltre al riciclaggio dei proventi illeciti. Un sistema nel quale De Santis avrebbe avuto un ruolo centrale nella gestione dello spaccio e nelle attività violente.
A fare luce sull’episodio contestato ai boss e a ‘o buttafuori è stato anche il collaboratore di giustizia Francesco De Chiara, ex autista di Di Martino e uomo di fiducia del clan, che dopo l’arresto del settembre 2024 ha iniziato a collaborare, contribuendo a ricostruire dinamiche e responsabilità
La sera dell’agguato, la vittima si trovava nel bar ‘Cristal’ di Teverola quando sarebbe stata avvicinata da alcuni giovani del gruppo. Poco dopo, mentre rientrava a casa, veniva seguita e costretta a fermarsi. A quel punto, secondo quanto denunciato, uno degli aggressori estraeva un coltello e lo colpiva alla guancia sinistra, provocandogli una ferita profonda e permanente. Un vero e proprio ‘sfregio’, marchio tipico della violenza di clan.
L’uomo riuscì a fuggire e a raggiungere l’ospedale Moscati di Aversa, dove i medici gli diagnosticarono lesioni guaribili in 25 giorni ma con esiti permanenti al volto. Ai carabinieri indicò subito i presunti responsabili, poi riconosciuti anche attraverso individuazione fotografica.
Secondo l’accusa, l’aggressione sarebbe stata ordinata da De Santis perché la vittima era ritenuta a conoscenza delle attività illecite del gruppo, dallo spaccio nelle piazze tra Teverola, Carinaro e Aversa fino alla gestione delle slot machine e alla riscossione di denaro.
Nel raid avrebbero partecipato anche Antonio Zaccariello e Vittorio Mottola, già condannati in appello a 5 anni e 4 mesi di reclusione in un filone processuale separato. Contestata anche la detenzione illegale di una pistola Smith & Wesson, che – secondo gli investigatori – sarebbe passata di mano tra De Santis, Mottola e Paolo Francesco Franesi, quest’ultimo condannato a 6 mesi.
Un episodio che, per gli inquirenti, rappresenta plastica dimostrazione del metodo mafioso: violenza mirata, controllo del territorio e intimidazione sistematica. Un sistema in cui anche un singolo gesto, come uno sfregio al volto, diventa un messaggio per tutti.
Domani è stato fissato l’interrogatorio di garanzia per De Santis e Di Martino, difesi dagli avvocati Vincenzo Motti e Carlo De Stavola. I due, così come gli indagati a piede libero, sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza di condanna definitiva.
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