Dal cantiere navale Vittoria a San Marcellino: il filo nero dietro l’attentato a Ranucci

Il possibile intreccio tra la bomba sotto casa del conduttore e l’inchiesta di Report sul Vittoria finito nelle mani di Cavezzana

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Coscione e Morelli
Mario Coscione, parente di Petrarca, e Carmine Morelli, esponente di spicco della cosca Schiavone.

SAN MARCELLINO – Non è solo una bomba. Non è solo un atto intimidatorio. È un segnale: forte, diretto, mirato. Fermare Sigfrido Ranucci, fermare Report, fermare le sue fonti. Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 2025, davanti alla sua abitazione di Pomezia, un ordigno esplode. Due auto distrutte, tra cui quella della figlia, il cancello danneggiato. Nessun ferito. Ma il messaggio è chiarissimo. E allora la domanda è una sola: perché? Le indagini su quell’attentato hanno fatto emergere un filo nero che si allunga, attraversa interessi economici, si intreccia con affari milionari e un possibile traffico di armi. E arriva fino all’Agro aversano. Al centro della storia c’è un cantiere navale di Adria, oggetto di un servizio mandato in onda proprio da Report, firmato dal cronista Daniele Autieri.

Carinaro

Quella struttura, strategica per l’Italia, anche perché impegnata nella costruzione di imbarcazioni militari, viene acquisita da Roberto Cavazzana. Un’operazione rilevante, sostenuta da capitali riconducibili – secondo gli approfondimenti giornalistici della trasmissione – al settore edilizio. E la liquidità che sostiene l’operazione conduce a Carinaro. Perché proprio lì? Perché in quel territorio ha sede Arkipiù, società costituita nel 2021 e cresciuta rapidamente fino a generare milioni di euro nel giro di pochi anni, sfruttando operazioni legate al superbonus. Un’ascesa veloce, insolitamente rapida secondo chi ha iniziato a osservare i flussi finanziari. Secondo quanto ricostruito dagli approfondimenti giornalistici, Arkipiù avrebbe fornito, seppur indirettamente, parte delle risorse necessarie per l’acquisto del cantiere da parte di Cavazzana. In particolare, i fondi sarebbero transitati attraverso Rete Het, che a sua volta li avrebbe messi a disposizione di Cavazzana per completare l’operazione.

Le armi

Mentre Report accende i riflettori sul cantiere, spuntano fuori due casse contenenti altrettanti mitragliatori non registrati (Browning M2 calibro 50). Armi da guerra che vengono installate su navi militari. A chi erano dirette? Quali mercati avrebbero foraggiato?

La lettera anonima e i livelli superiori

Dopo l’attentato arriva una lettera anonima alla redazione di Report. Un documento che parla apertamente di un possibile coinvolgimento del sistema mafioso legato ai Casalesi e, allo stesso tempo, allude a “livelli superiori”. Un’espressione che, tradotta, significa una cosa precisa: relazioni, protezioni, interessi che vanno oltre la criminalità organizzata tradizionale, fino ad arrivare alle sfere del potere, quelle che agiscono sottotraccia. Un punto che inquieta, perché suggerisce una convergenza tra mondi diversi.

Il nodo San Marcellino

Il filo si stringe quando si arriva a San Marcellino: è da questa zona, nell’Agro aversano, che potrebbe essere partita l’auto utilizzata per piazzare l’ordigno davanti all’abitazione di Ranucci. Ed è sempre qui, a San Marcellino, che emerge un altro tassello decisivo per dare un senso all’intera vicenda. Rispunta Rete Het, un consorzio guidato dallo stesso Cavazzana che affida lavori per oltre 3 milioni di euro a un’impresa con sede proprio nel comune dell’Agro. Una società collegata a Enrico Petrarca, figura con precedenti esperienze politiche (si candidò nel 2016 al consiglio comunale con la lista ‘Liberamente’, guidata da Anacleto Colombiano) e legami familiari significativi. Perché quel cognome, Petrarca, ne incrocia un altro noto alle cronache: Coscione.

Le ombre del clan

Petrarca, ha tracciato Report, è cugino di Mario Coscione. Noto alle cronache perché è stato arrestato in passato (adesso è libero) con accuse pesanti: avrebbe aiutato Carmine Morelli, detto ’o zingaro, a sottrarsi a mandati di cattura (Morelli prese parte, secondo la Dda di Napoli, al triplice omicidio Buonanno-Minutolo-Papa del 2009, una strage ordinata da Nicola Schiavone perché le vittime avevano osato taglieggiare alcuni imprenditori senza il suo permesso).

‘O zingaro, ora in carcere, era un ingranaggio essenziale del circuito che ruotava attorno a Nicola Schiavone, dal 2018 collaboratore di giustizia, primogenito del capoclan Sandokan. Un sistema che negli anni ha rappresentato una delle articolazioni più rilevanti e feroci del potere dei Casalesi.

Tornando a Coscione, oggi, stando a quanto abbiamo appreso da alcune fonti del territorio, sarebbe, se non vicino, comunque frequentatore di ambienti collegati al gruppo mafioso dell’Agro aversano, in particolare alla cosca Zagaria, guidata da Carmine e Antonio Zagaria, fratelli del capoclan Michele (finiti in cella lo scorso 30 marzo con una nuova accusa di associazione mafiosa).

Dopo la bomba

C’è un passaggio che colpisce. Il giorno dopo l’attentato, Cavazzana estromette Francesco Maria Tuccillo dal ruolo di amministratore delegato del cantiere. Proprio Tuccillo era la figura che aveva aperto le porte a Report per far luce sulla gestione della struttura e che, aprendo quelle porte, aveva fatto scoprire i due mitragliatori.
Pochi giorni dopo la bomba esplosa sotto casa di Ranucci, arriva da Cavazzana una frase che pesa, rivolta a Tuccillo: “Hai visto che Report non ha fatto più un c…?”. Frase denunciata da Tuccillo.

Un messaggio che va oltre

L’attentato a Ranucci non è soltanto un episodio di violenza. È un punto di intersezione tra informazione e interessi economici, tra appalti e finanza, tra imprenditoria e ambienti criminali. E soprattutto tra ciò che viene raccontato e ciò che qualcuno non vuole venga raccontato. Perché se davvero quel filo parte da un cantiere, passa per milioni del superbonus, si intreccia con un possibile traffico odi armi e arriva fino a San Marcellino, allora la domanda diventa ancora più scomoda: chi aveva interesse a fermare Report?

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