GIUGLIANO IN CAMPANIA – Sembrava un pomeriggio come tanti altri, uno di quelli scanditi dal traffico ordinario e dai controlli di routine sul vasto territorio dell’hinterland napoletano. Ma dietro la normalità di un posto di blocco, si nascondeva la fine di una latitanza durata tre lunghi anni. La corsa di Vincenzo Nettuno, 53enne considerato un pezzo da novanta del narcotraffico internazionale, si è interrotta bruscamente ieri pomeriggio, sull’asfalto di una strada di Giugliano, per mano dei Carabinieri della Sezione Radiomobile locale.
Per tre anni, Nettuno era stato un fantasma. Un nome su un mandato di cattura europeo, un’ombra ricercata per una condanna definitiva a oltre sette anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. Era riuscito a svanire nel 2023, inghiottito da un’esistenza clandestina costruita su una falsa identità. Ma ogni fuga, anche la più meticolosa, ha un punto debole. Per lui, è stato un banale controllo alla circolazione stradale.
Quando la paletta dei militari si è alzata, l’uomo al volante non ha perso la calma. O almeno, ci ha provato. Alla richiesta di esibire i documenti, ha giocato la sua carta più ovvia: ha fornito generalità di fantasia, aggiungendo la scusa, un classico del repertorio, di aver dimenticato la patente a casa. Un tentativo disperato di guadagnare tempo, di essere liquidato con una semplice multa e sparire di nuovo.
Tuttavia, l’esperienza e l’intuito dei Carabinieri hanno avuto la meglio. L’eccessivo nervosismo, le risposte evasive, quel dettaglio quasi impercettibile nello sguardo che tradiva una tensione ben superiore a quella di un semplice automobilista smemorato. Qualcosa non quadrava. I militari hanno deciso di andare a fondo, procedendo con una perquisizione personale e del veicolo.
È stato allora che il castello di menzogne ha iniziato a crollare. Nascosti tra i suoi effetti personali, sono spuntati due documenti apparentemente perfetti: una patente di guida e una carta d’identità valida per l’espatrio. Ma il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli. Un rapido confronto con le banche dati delle Forze dell’Ordine ha fatto scattare l’allarme: la fotografia su quei documenti non corrispondeva al titolare registrato. Erano falsi, realizzati con cura ma non abbastanza da ingannare i sistemi di verifica.
A quel punto, per l’uomo non c’è stato più scampo. Condotto in caserma per accertamenti più approfonditi, è stato sottoposto alle procedure di fotosegnalamento. Le impronte digitali, uniche e inconfutabili, hanno cancellato ogni dubbio, restituendo la sua vera identità. Quell’uomo non era un cittadino qualunque, ma Vincenzo Nettuno, il latitante. La partita a nascondino con la giustizia era finita.
Alla pesante condanna che già pendeva sul suo capo, si è aggiunto l’arresto in flagranza di reato per possesso e uso di documenti di identificazione falsi. Un’ironia amara: gli stessi strumenti che gli avevano garantito tre anni di libertà nell’ombra sono stati la causa della sua cattura, trasformandosi nella prova schiacciante che lo ha riportato alla luce e, infine, dietro le sbarre. Per il “fantasma” del narcotraffico, la latitanza è finita.


















