Beccalossi, il mito si racconta: Inter e vita notturna

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Cronache sport calcio
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In un’ultima intervista, Evaristo Beccalossi ha tracciato il racconto di un’epoca del calcio che non esiste più, un’eredità che ha saputo trasmettere ai giovani dell’Under 19 di cui è stato capo delegazione. Un percorso umano e sportivo iniziato con il suo arrivo a Milano. “Avevo 22 anni, arrivai da Brescia e andai subito in piazza Duomo. Accesi una Marlboro rossa, chiusi gli occhi e me la gustai. Era cambiato tutto”, ha ricordato l’ex giocatore.

Definitosi “ingestibile ma spontaneo”, ha spiegato come i capelli lunghi fossero uno scudo per proteggersi. All’Inter ha ricevuto la maglia numero 10, un’eredità pesante che lo ha messo a confronto con leggende del club. “Pensai a Mazzola, Suarez, Corso. Cosa c’entravo io?”. La stampa dell’epoca lo mise in copertina accanto a Michel Platini, il mancino contro il destro. Contro la Juventus, ha confessato, dava sempre il massimo, spinto da una rivalità molto sentita. La sua imprevedibilità era una costante: “Arrivavo a San Siro carico e non toccavo palla, oppure ero reduce da una settimana di serate e facevo solo numeri. Non cambierei nulla, voglio morire ingestibile”.

Il suo stile di vita era noto. “Un allenamento vero a settimana. Il martedì recuperavo, il mercoledì ci davo dentro, il venerdì mi sdraiavo sul lettino con sigarette e Gazzetta”. Fumava un pacchetto al giorno e beveva molti caffè, ma i compagni lo hanno sempre accettato. La notte milanese lo affascinava: “Cenavo tardi, poi andavo in giro, finivo al Derby o in altri locali. Sui navigli cercavo posti dove suonavano musica in dialetto”. Nonostante tutto, ha sempre sentito l’affetto della gente, anche dopo aver sbagliato due rigori in una partita.

La mancata convocazione al Mondiale del 1982 non è diventata un rimpianto. “Mio padre mi aveva insegnato a trasformare una delusione in un’opportunità”, ha detto, ricordando quell’esperienza vissuta come commentatore televisivo. Una volta ritiratosi, ha lavorato nel marketing, dimostrando di sapersi reinventare anche senza il talento ad aiutarlo. La sua più grande qualità in campo era “il tempo del passaggio”, la capacità di vedere corridoi invisibili, un concetto che ha sempre trasmesso ai giovani.

Il rapporto con i ragazzi dell’Under 19 è stato speciale perché si è mostrato credibile. “Non è vero che le nuove generazioni sono viziate, i ragazzi vanno ascoltati”. Ha raccontato di aver consolato un giocatore dopo un’espulsione e di aver incoraggiato il gruppo sorpreso a giocare alla PlayStation a tarda notte, vedendo in quel gesto un modo per unirsi. La sua gestione, in accordo con il tecnico, è stata basata sulla fiducia e sulla fantasia.

Per il suo futuro, Beccalossi vedeva due strade: proseguire il percorso in Nazionale o tornare all’Inter, la sua “casa nerazzurra”, forte del buon rapporto con la dirigenza. Il suo desiderio più grande, però, riguardava la sua eredità. “Voglio essere ricordato come una persona vera. Ho sbagliato, ho pagato, ma ho sempre vissuto per le emozioni. E se sbagli per questo motivo, è davvero un errore?”.

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