SAN CIPRIANO – Dopo anni trascorsi a coltivare una mafia silenziosa, imprenditoriale, capace di infiltrarsi negli appalti pubblici grazie anche a professionisti e colletti bianchi compiacenti, nel clan dei Casalesi sarebbe tornata a riaffacciarsi con forza anche l’ala militare. Quella delle armi, delle aggressioni, delle bombe e delle intimidazioni violente.
È uno degli aspetti emersi nella recente inchiesta coordinata dalla DDA di Napoli e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta sul gruppo Zagaria, indagine che coinvolge complessivamente 43 persone. Nel lavoro investigativo finalizzato a ricostruire il nuovo assetto operativo della cosca guidata, secondo l’accusa, da Antonio e Carmine Zagaria, i militari hanno raccolto anche elementi relativi alla progettazione di un attentato dinamitardo.
A organizzarlo, secondo gli investigatori, sarebbe stato Pasquale Padulo, di Caivano, mentre a procurare l’ordigno sarebbe stato Francesco Diana, originario di San Cipriano d’Aversa. Padulo viene indicato come promotore di un gruppo dedito allo spaccio di droga insieme a Carlo Bianco, ritenuto elemento di vertice del clan Zagaria. Diana, invece, risponde nell’inchiesta di un’estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un imprenditore agricolo, episodio che sarebbe stato eseguito su mandato diretto dei fratelli Zagaria.
L’indagine descrive Padulo come referente di una piazza di spaccio aperta a Casal di Principe con il consenso di Bianco e impegnato anche in attività estorsive. Accanto a lui avrebbe agito Massimo Natale, incaricato di recuperare lo stupefacente da Caivano e supportare le operazioni del gruppo. Diana, secondo gli investigatori, sarebbe invece il soggetto capace di reperire esplosivi e fornire supporto logistico per eventuali azioni violente.
Dalle intercettazioni emerge un dialogo ritenuto inquietante dagli investigatori: Padulo contatta Diana chiedendo un ordigno “di mezzo chilo”, spiegando di dover “buttare un cancello a terra”. Nel colloquio si discute della potenza dell’esplosivo, del rischio di far crollare l’edificio e persino della presenza di bambini nell’abitazione del destinatario dell’intimidazione.
Gli investigatori ritengono che l’attentato fosse legato a un debito da 60-70mila euro vantato da Padulo nei confronti di un uomo di Caivano. “Lo uccido proprio”, dice in una delle conversazioni intercettate. Diana, dal canto suo, fornisce indicazioni tecniche su come posizionare la miccia e assicura che l’ordigno sarebbe stato pronto nel giro di pochi giorni.
Secondo i carabinieri, Francesco Diana sarebbe “sicuro conoscitore delle materie esplodenti” anche alla luce di precedenti vicende investigative. Negli atti viene richiamato un vecchio attentato dinamitardo ai danni di Giuseppe Granata, episodio citato in intercettazioni anche da Antonio Pagano e Carlo Bianco.
L’indagine sul clan Zagaria non è la prima in cui compare Diana: era già stato arrestato nel 2023 dopo il ritrovamento di armi nella sua azienda agricola ed è attualmente imputato anche in un processo per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il suo nome era emerso anche in una precedente inchiesta della Squadra Mobile di Caserta contro la cosca sanciprianese.
L’episodio della bomba non viene formalmente contestato nei capi d’accusa, ma gli investigatori lo considerano un elemento utile a delineare la pericolosità del gruppo e la disponibilità di armi ed esplosivi per intimidazioni e recupero crediti. Secondo gli atti, non vi sono riscontri certi sul fatto che l’attentato sia stato poi realmente eseguito a Caivano: il piano potrebbe essere stato abbandonato, rinviato oppure attuato senza particolare attenzione mediatica.







