NAPOLI – Dalle prime luci dell’alba di oggi, 14 maggio 2026, l’area flegrea è stata teatro di una vasta operazione della Polizia di Stato che ha inferto un duro colpo a un sodalizio criminale radicato nel quartiere di Bagnoli. Su delega della Procura della Repubblica di Napoli, gli agenti della Squadra Mobile hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di cinque pregiudicati, ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di estorsione, tentata estorsione e rapina, tutti aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso.
L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) partenopea, ha svelato una spirale di violenza e intimidazione ai danni di un imprenditore del casertano, titolare di un’attività di noleggio autovetture. Una vicenda che, secondo gli inquirenti, dimostra la protervia e la capacità di controllo del territorio del clan, all’epoca dei fatti egemone a Bagnoli.
Tutto ha avuto inizio con un tentativo di truffa, quasi da sceneggiatura cinematografica. Un esponente di spicco del sodalizio, sfruttando il proprio carisma criminale, ha tentato di noleggiare un’auto di lusso di ingentissimo valore utilizzando documenti falsi. Il piano, però, è stato sventato dall’acume dell’imprenditore, che ha scoperto il raggiro. Ne è nata una violenta colluttazione, un affronto che, nella logica mafiosa, non poteva restare impunito. Per “risarcire” l’onore ferito del proprio affiliato, il clan ha preteso e ottenuto una prima, immediata, tangente: 10.000 euro in contanti, consegnati dalla vittima per placare le acque e scongiurare conseguenze peggiori.
Ma quella era solo la prima mossa di una strategia estorsiva ben più ambiziosa. Qualche tempo dopo, alcuni degli uomini oggi arrestati si sono rifatti vivi, avanzando una richiesta esorbitante: 285.000 euro. La giustificazione era tanto fantasiosa quanto intimidatoria: la somma sarebbe servita a compensare la perdita di una Lamborghini, andata distrutta in un incidente stradale. L’auto di lusso, secondo la loro versione, era di proprietà del boss e sarebbe stata noleggiata dall’imprenditore a un terzo cliente.
È stato questo il passaggio chiave che ha permesso agli investigatori della Squadra Mobile di qualificare la richiesta come una palese pretesa estorsiva. Le indagini hanno infatti accertato l’assoluta mancanza di qualsiasi titolo di proprietà o documento che potesse ricondurre la titolarità della costosa vettura a esponenti del clan. Un pretesto, dunque, costruito ad arte per sottoporre l’imprenditore a un’ulteriore e più pesante vessazione economica.
Di fronte al netto rifiuto della vittima di cedere a un ricatto così palese, la reazione del gruppo criminale è stata violenta e plateale. Un commando, composto da diversi uomini a bordo di auto e scooter e con i volti travisati da passamontagna, ha fatto irruzione nel piazzale dell’autonoleggio a Mondragone. In pochi istanti, si sono impossessati di una vettura parcheggiata, risultata di proprietà della moglie dell’imprenditore, per poi dileguarsi a tutta velocità. Un raid punitivo, una rapina finalizzata a ribadire con la forza chi deteneva il potere.
La svolta nelle indagini è arrivata grazie al paziente e meticoloso lavoro degli analisti della Polizia Scientifica. L’esame incrociato delle immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza dell’autonoleggio e dalle numerose telecamere pubbliche e private presenti lungo le vie di fuga ha permesso di ricostruire il percorso degli autori del raid e, nonostante i travisamenti, di risalire alla loro identità, associando volti e veicoli ai profili dei sospettati.
La Procura della Repubblica precisa che i provvedimenti eseguiti costituiscono misure cautelari disposte in fase di indagini preliminari. Avverso di essi sono ammessi mezzi di impugnazione e i destinatari, persone sottoposte a indagini, sono da considerarsi presunti innocenti fino a sentenza definitiva.






