Arzano, la ‘mesata’ ai boss in cella pagata col sangue: 17 arresti per l’omicidio Coppola

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Operazione dei carabinieri
Operazione dei carabinieri

ARZANO – Un sistema criminale spietato, capace di ordinare omicidi dal carcere e di finanziare il proprio esercito di detenuti con i soldi del pizzo estorto a commercianti e imprenditori. Un castello di terrore e omertà che la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna hanno scardinato all’alba di oggi, 14 maggio 2026, con un’operazione che ha portato all’esecuzione di 17 ordinanze di custodia cautelare. Al centro delle indagini, un filo rosso intriso di sangue innocente: l’omicidio di Rosario Coppola, ucciso per un tragico, fatale scambio di persona lo scorso 4 febbraio.

Il blitz di oggi rappresenta il culmine di un’inchiesta complessa, che aveva già visto un primo, importante sviluppo il 21 aprile con il fermo di 11 persone. Ma il quadro, come spesso accade nelle indagini di camorra, era ben più vasto e radicato. Il GIP del Tribunale di Napoli, accogliendo le richieste della DDA, non solo ha confermato la gravità degli indizi a carico di 7 dei fermati, ma ha esteso le misure cautelari ad altri 10 soggetti, delineando con precisione la struttura e l’operatività del clan che teneva in scacco Arzano e i comuni limitrofi.

L’elemento più inquietante emerso dalle indagini è la capacità della consorteria di essere governata a distanza. I vertici del sodalizio, nonostante fossero reclusi in regime di detenzione, non avevano mai perso il controllo del territorio. Dalle loro celle, attraverso canali ancora al vaglio degli inquirenti, continuavano a impartire ordini, a decidere strategie e, soprattutto, a disporre della vita e della morte. È in questo contesto che è maturato l’agguato costato la vita a Rosario Coppola, una vittima innocente la cui unica colpa è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, scambiato dai sicari per il vero obiettivo del raid di morte.

Le accuse contestate agli indagati sono pesantissime e vanno dall’associazione di tipo mafioso alla detenzione e porto illegale di armi, passando per l’omicidio volontario e, soprattutto, l’estorsione continuata e aggravata dal metodo mafioso. Era proprio il “pizzo”, la tassa imposta con la violenza e la minaccia, il motore economico del clan. Le indagini hanno infatti ricostruito come gli ingenti proventi delle estorsioni non servissero solo ad arricchire i boss, ma a oliare l’intera macchina criminale. Una parte consistente di quel denaro, strappato al tessuto sano dell’economia locale, veniva meticolosamente destinata al pagamento della cosiddetta “mesata”: uno stipendio mensile per sostenere i sodali detenuti e le loro famiglie. Un vero e proprio sistema di welfare mafioso, fondamentale per garantire la fedeltà degli affiliati, comprare il silenzio e assicurare che, anche dietro le sbarre, nessuno tradisse la “famiglia”.

L’operazione di oggi non solo assicura alla giustizia presunti mandanti ed esecutori di un delitto efferato, ma svela il perverso meccanismo economico che alimenta la camorra: la violenza sul territorio serve a fare cassa, e la cassa serve a mantenere in vita l’organizzazione, anche quando i suoi uomini sono in carcere. Un circolo vizioso che lo Stato ha il dovere di spezzare.

Come sottolineato dalla Procura, il provvedimento eseguito è una misura cautelare disposta in sede di indagini preliminari. I destinatari della stessa sono persone sottoposte alle indagini e, pertanto, da considerarsi presunte innocenti fino a sentenza definitiva, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione. Ma per la comunità di Arzano, la giornata di oggi segna un punto fermo nella lotta per la legalità e la liberazione dal giogo criminale.

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