Un acceso scontro televisivo ha visto protagonista l’europarlamentare Roberto Vannacci, il quale ha delineato la sua agenda politica in un confronto con Lilli Gruber. Al centro del dibattito sono finite le grandi opere e la sostenibilità ambientale, temi su cui la distanza tra le parti è apparsa insanabile.
Il passaggio più emblematico ha riguardato il Ponte sullo Stretto. Vannacci ha sostenuto la necessità di realizzare l’opera a ogni costo, anche di fronte all’inchiesta della Procura di Roma per corruzione. Secondo l’europarlamentare, l’obiettivo primario è “fare”, relegando eventuali illeciti a un problema secondario di cui la giustizia si occuperà in seguito. Questo approccio è stato definito dalla conduttrice un “vaniloquio”, poiché in uno Stato di diritto le infrastrutture devono essere realizzate nel pieno rispetto della legalità, non al di fuori di essa.
Questo scambio ha rivelato una tensione tipica del populismo autoritario: la legalità viene invocata con fermezza contro la criminalità comune o i migranti, ma diventa un fastidioso intralcio quando si tratta di grandi interessi economici e appalti pubblici. La trasparenza e i controlli preventivi, come quelli della Corte dei conti, vengono così percepiti come ostacoli all’efficienza.
La stessa logica è stata applicata al Green Deal europeo, che Vannacci ha liquidato come un’imposizione di Bruxelles contraria agli interessi nazionali. Invece di entrare nel merito delle politiche di transizione ecologica, le ha inserite in una narrazione più ampia di scontro tra la “patria” e le élite europee, un classico della sua retorica.
La strategia comunicativa è chiara: spostare il dibattito su un piano identitario e fornire nemici semplici e visibili. Un esempio calzante è la gestione delle risorse statali. Vannacci ha indicato l’immigrazione come una delle cause principali della spesa pubblica, proponendo rimpatri di massa e nuovi Centri di Permanenza.
Questa narrazione, però, ignora dati strutturali ben più gravi. Gruber ha giustamente ricordato che il vero fardello per le casse dello Stato è l’evasione fiscale, che secondo le stime più recenti vale circa 90 miliardi di euro l’anno. Un problema interno, complesso e diffuso, ma meno “fotogenico” di un nemico esterno e facilmente identificabile.
Le soluzioni proposte da Vannacci, come i rimpatri forzati, sono state presentate come procedure logistiche, minimizzando la loro complessità e le implicazioni etiche e legali. L’europarlamentare ha evitato di spiegare come superare gli ostacoli pratici, quali l’identificazione, i costi e la necessaria cooperazione dei Paesi d’origine, tutti elementi che rendono i rimpatri di massa irrealizzabili.
Anche la sua idea di partito, definito una “sporca dozzina” di “rifiuti degli altri”, rientra in questa costruzione del personaggio: trasformare una debolezza politica in un’epopea di ribelli contro il sistema. La sua forza comunicativa non risiede nella competenza, ma nella coerenza performata, nella capacità di non arretrare mai, anche a costo di semplificare o sbagliare.
La vera lezione del confronto non è stabilire un vincitore, ma comprendere che in un sistema mediatico polarizzato, la coerenza percepita può battere la competenza. Di fronte a una sinistra che spesso appare debole e rinunciataria sulle sue battaglie storiche (lavoro, welfare, diritti), la destra radicale riempie un vuoto offrendo un’identità forte e un conflitto chiaro.












