CASERTA – La giustizia raccontata attraverso la storia, la saggistica e il coraggio civile: la straordinaria e inesauribile eredità intellettuale dell’avvocato Giuseppe Garofalo. Ciò che ha sempre caratterizzato Giuseppe Garofalo, il carismatico decano dei penalisti italiani spentosi alla veneranda età di 103 anni, è stata la sua straordinaria vitalità intellettuale, rimasta prodigiosamente intatta e lucida anche in età avanzatissima, tanto da renderlo un punto di riferimento culturale imprescindibile ben oltre i confini delle aule di giustizia.
Saggista dal rigore scientifico impeccabile e narratore prolifico, ha firmato nel corso dei decenni opere di grandissimo valore storico-giuridico che oggi restano come pietre miliari per studiosi e appassionati, tra cui spiccano volumi di fondamentale importanza quali “La seconda guerra napoletana alla camorra”, “L’empia bilancia”, “Le ragioni del boia” e “Teatro di Giustizia”. In queste pagine emerge chiaramente come Garofalo non sia stato soltanto un avvocato d’eccezione, ma anche uno scrittore, un giurista e uno storico di straordinaria finezza, capace di maneggiare la parola scritta con la stessa precisione chirurgica con cui affrontava i dibattimenti più complessi. La sua penna, intrisa di una profonda e rara sensibilità umana, ha saputo raccontare magistralmente i drammi intimi, le storture e le contraddizioni intrinseche della macchina della giustizia, così come i laceranti dilemmi etici che essa inevitabilmente pone a chiunque la amministri o la difenda.
Ci troviamo di fronte a un uomo e a un professionista d’altri tempi, un vero e proprio signore del Foro che però, lungi dal rifugiarsi in un nostalgico passato, non ha mai smesso per un solo istante di interessarsi attivamente all’evoluzione della società contemporanea, analizzandone con sguardo critico le conquiste, i progressi tecnologici e le sue nuove, drammatiche contraddizioni sociali. Questa fame di conoscenza e questo amore viscerale per la ricerca non lo hanno mai abbandonato, tanto che fino agli ultimi giorni della sua lunghissima esistenza la sua penna non si era affatto fermata, ma continuava a scorrere instancabile sui fogli: prima che sopraggiungesse il velo del silenzio stava infatti lavorando alacremente alla stesura di due nuovi volumi, uno dedicato all’analisi sociologica e giuridica del drammatico fenomeno dei sequestri di persona e l’altro incentrato, con un approccio storico e normativo, sulla complessa storia delle grandi epidemie e del loro impatto sulle libertà umane.
Questo instancabile fervore culturale si è sempre intrecciato indissolubilmente con la sua attività sul campo e tra i casi giudiziari più celebri che ne hanno segnato e scolpito il percorso professionale, definendo la sua stessa statura morale, spicca senza dubbio la storica difesa, assunta in qualità di parte civile, di Francesca Serio, l’eroica madre del sindacalista socialista Salvatore Carnevale. Il procedimento, celebrato nel 1961 presso la Corte d’Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere dove era stato trasferito dalla Sicilia per legittima suspicione, era un caso di enorme delicatezza e tensione sociale, destinato a entrare per sempre nella storia del contrasto alla criminalità organizzata del nostro Paese.
Fu proprio durante questo storico e coraggioso dibattimento che Francesca Serio, guidata e protetta dalla sapienza giuridica e dal sostegno umano di Garofalo, trovò la forza e il coraggio inaudito per l’epoca di accusare apertamente, gridando i loro nomi in aula, i boss mafiosi coinvolti nel barbaro omicidio del figlio, trasformandosi da quel momento in un’icona immortale della lotta alla malavita siciliana e in un simbolo intramontabile dell’affermazione della legalità dello Stato contro l’omertà.









