Il neopentito Costantino Russo trovato morto in cella: sequestrati il quaderno e una lettera

Il figlio del boss Peppe ’o padrino si sarebbe tolto la vita utilizzando dei lacci. Il 35enne aveva iniziato a collaborare con la giustizia pochi giorni dopo il suo arresto: era accusato di associazione mafiosa

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Costantino Russo
Costantino Russo

CASAL DI PRINCIPE – Era l’occasione per cambiare vita. Per recidere i legami con il mondo mafioso nel quale era cresciuto e che aveva segnato la storia della sua famiglia: il padre, Giuseppe Russo, detto Peppe ’o padrino, boss di vertice della fazione Schiavone, e poi gli zii, anche loro finiti in carcere per gli stretti rapporti con il clan. Costantino Russo quell’occasione aveva deciso di coglierla. Dal 16 luglio aveva cominciato a collaborare con la giustizia e aveva già sostenuto diversi interrogatori con i magistrati della Dda di Napoli. Un percorso complesso e in salita, interrotto troppo presto e in modo tragico. La sera del 3 agosto gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno trovato senza vita nella stanza dove era detenuto in isolamento. Secondo la ricostruzione, il 35enne di Casal di Principe si sarebbe impiccato utilizzando dei lacci. Il personale del 118, allertato dagli agenti, ha tentato di rianimarlo, ma ogni intervento si è rivelato inutile.

All’interno della cella sono stati rinvenuti una lettera di saluti e scuse rivolta ai suoi cari e, soprattutto, un quaderno con appunti sulla collaborazione appena iniziata. Pagine che potrebbero contenere nomi, circostanze e informazioni sugli affari della cosca che Russo aveva cominciato a svelare o che intendeva ancora riferire ai magistrati. Saranno gli investigatori della Squadra mobile di Napoli, coordinati dalla Dda, a esaminare il materiale sequestrato e a stabilire se gli appunti riproducano dichiarazioni già verbalizzate oppure custodiscano elementi nuovi. Il quaderno potrebbe rappresentare l’ultimo frammento di una collaborazione potenzialmente importante per ricostruire gli equilibri più recenti dei Casalesi.

Ma se il quaderno apre interrogativi su ciò che Russo aveva già raccontato e sulle verità che avrebbe potuto ancora svelare, la sua morte ne pone altri sulle condizioni nelle quali era detenuto e sulle misure adottate per proteggerlo. Perché quell’epilogo non è arrivato senza avvisaglie. Appena un giorno dopo l’avvio della collaborazione, Russo, stando a quanto appreso, aveva già tentato di togliersi la vita. In quella circostanza era stato salvato dagli agenti della polizia penitenziaria e messo in sicurezza. Adesso sarà necessario ricostruire le ore precedenti al decesso e verificare quali misure di sorveglianza e protezione fossero state adottate dopo quel primo episodio.

La morte del 35enne, originario di Casal di Principe e da tempo residente a Castel Volturno, richiama alla memoria, per alcuni aspetti, la vicenda di Pietro Ligato: anche lui figlio di un boss. Anche lui arrestato e intenzionato a intraprendere un percorso di collaborazione. E anche lui, come Costantino Russo, si tolse la vita in carcere, nell’aprile del 2025. Le due vicende raccontano vite segnate fino all’epilogo dal peso di un ambiente mafioso dal quale entrambi avevano provato ad allontanarsi.

Russo aveva iniziato a parlare con i pm dopo essere stato arrestato dalla Direzione investigativa antimafia nell’inchiesta, coordinata dalla Procura di Napoli, che il 7 luglio aveva portato all’esecuzione di 22 misure cautelari. Nove giorni dopo il trasferimento in carcere aveva rinunciato al ricorso al Riesame, revocato i precedenti difensori e nominato un legale che assiste diversi collaboratori di giustizia. Segnali che indicavano la volontà di cambiare e che si erano poi tradotti nel concreto passaggio dalla parte dello Stato.

Una scelta di forte rottura che avrebbe potuto aprire scenari investigativi rilevanti. Secondo l’accusa, dopo la detenzione del padre e degli zii Massimo, Francesco e Corrado, Russo sarebbe diventato il principale riferimento della sua famiglia criminale, storicamente alleata degli Schiavone. Una posizione che gli avrebbe consentito di conoscere dall’interno le trasformazioni del clan, le nuove gerarchie e i rapporti tra i capi detenuti e gli affiliati rimasti in libertà. Il suo racconto avrebbe potuto fare luce sui business sviluppati tra Castel Volturno e l’Agro aversano, sulla rete degli imprenditori ritenuti vicini alla cosca, sugli investimenti realizzati attraverso società e prestanome e sui collegamenti ancora attivi con i boss in carcere. Russo avrebbe potuto riferire anche sui canali di approvvigionamento della droga, sulle piazze di spaccio, sulle scommesse clandestine e sui rapporti con gli altri gruppi criminali del territorio.

Per la Dda, il figlio di Peppe ’o padrino, prima di finire in cella, avrebbe gestito anche la distribuzione del denaro proveniente dalle attività lecite e illecite della fazione, il sostegno alle famiglie dei detenuti e i contatti tra i vertici in carcere e gli uomini rimasti fuori. L’inchiesta avrebbe inoltre ricostruito una rete di investimenti e intestazioni fittizie in locali, stabilimenti balneari, bar, società e immobili, ritenuta riconducibile al clan dei Casalesi.

Russo era inoltre accusato di avere partecipato a un’associazione dedita al traffico di cocaina e marijuana. L’Area 51, a Castel Volturno, sarebbe stata utilizzata, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sia come sala per le scommesse illegali sia come punto di vendita della droga. Contestazioni rivolte non soltanto a Costantino Russo, ma anche a numerose altre persone e ancora da sottoporre al vaglio dei giudici. Ma era proprio da quel sistema di affari e relazioni, ancora da verificare in giudizio, che avrebbe dovuto partire il suo racconto ai magistrati. Non è possibile stabilire cosa lo abbia spinto al gesto né attribuire con certezza la sua decisione al peso del percorso appena intrapreso.

Resta una vita cresciuta dentro una famiglia segnata dalla camorra e spezzata proprio mentre provava ad allontanarsene. E resta quel quaderno sequestrato nella cella: pagine che potrebbero custodire una parte delle verità che Russo non è riuscito a raccontare fino in fondo.

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