La famiglia era pronta a seguire Costantino Russo

Madre e moglie sarebbero state intenzionate a restare vicine al 35enne durante l’iter di collaborazione

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CASAL DI PRINCIPE – Sarà la Squadra mobile di Napoli a ricostruire le ultime ore di Costantino Russo, trovato senza vita nella cella del carcere di Secondigliano, dove era detenuto in isolamento. Gli accertamenti medico-legali, a partire dall’autopsia, serviranno a chiarire quanto accaduto nella notte tra il 3 e il 4 agosto.

L’ipotesi prevalente resta quella del suicidio, ma gli investigatori esamineranno ogni elemento: i contatti avuti dal detenuto, le telefonate, il suo stato d’animo e le attività svolte prima della morte.

Russo, 35enne, aveva avviato la collaborazione con la giustizia il 16 luglio, poco più di una settimana dopo l’arresto con l’accusa di associazione mafiosa. Il giorno successivo aveva già tentato di togliersi la vita, ma l’intervento degli agenti aveva evitato il peggio. Da allora sarebbe stato sottoposto a una sorveglianza più attenta. A breve, secondo quanto si apprende, avrebbe dovuto lasciare Secondigliano ed essere trasferito in un’altra struttura.

A rendere ancora più complessa la lettura dell’accaduto è un particolare destinato ad assumere rilievo nelle indagini: la scelta di collaborare non avrebbe lasciato Russo completamente solo. La moglie aveva accettato di seguirlo nel programma di protezione. La stessa decisione, a quanto abbiamo appreso, era stata presa dalla madre, consorte del boss Giuseppe Russo, detto Peppe ’o Padrino.

L’adesione delle due donne rappresentava un importante segnale di rottura in una famiglia segnata dalle vicende giudiziarie di diversi componenti. Un passaggio che richiama quanto avvenuto nella famiglia Schiavone – nel 2018 – dopo la collaborazione di Nicola, primogenito del capoclan Francesco Sandokan Schiavone. Moglie e madre avrebbero accompagnato Costantino nel percorso di allontanamento dall’ambiente nel quale era cresciuto, sostenendo la sua decisione di parlare con i magistrati. Un elemento che rende ancora più urgente comprendere che cosa possa averlo spinto al gesto estremo, qualora l’ipotesi del suicidio venisse confermata.

La collaborazione avrebbe inevitabilmente inciso anche sui rapporti familiari. Ricostruire la struttura e gli affari della cosca avrebbe potuto significare riferire circostanze capaci di coinvolgere il padre, gli zii e il fratello Nohak, arrestato insieme a Costantino nell’ambito della stessa inchiesta.
Gli inquirenti dovranno comprendere se il peso di questa frattura abbia avuto un ruolo nella tragedia o se siano intervenuti altri fattori.
Sullo sfondo resta proprio la posizione di Peppe ’o Padrino, storico esponente dell’area Russo-Schiavone dei Casalesi. Il boss non sta scontando l’ergastolo, ma un cumulo di condanne pari a trent’anni. Secondo le attuali previsioni, potrebbe terminare la pena e tornare libero già all’inizio del 2027.
Con la morte di Costantino Russo si interrompe una collaborazione potenzialmente rilevante per ricostruire gli equilibri più recenti del clan. È il secondo caso, in meno di due anni, di un neo collaboratore morto nel carcere di Secondigliano: nell’aprile 2025 era stato trovato senza vita Pietro Ligato, che aveva iniziato da poco a parlare con i magistrati.

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