Casapesenna, il patrimonio ‘nascosto’ di Garofalo tra eredità e beni intestati a prestanome

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Costantino Garofalo, Aldo Nobis e Raffaele Papa
Costantino Garofalo, Aldo Nobis e Raffaele Papa

CASAPESENNA – Profilo discreto e uno stile di vita in apparenza simile a quello di tanti coetanei benestanti. Soprattutto, la capacità di restare lontano dalla mischia – salvo rare eccezioni – e dalle situazioni capaci di attirare attenzioni indesiderate. Accortezze che avrebbero consentito a Costantino Garofalo di rimanere a lungo fuori dai riflettori degli investigatori. Un’ombra nella quale, secondo l’accusa, avrebbe potuto muoversi liberamente e consolidare quello che gli inquirenti ritengono fosse il suo ruolo criminale. Ora, però, quell’ombra è stata spazzata via: i carabinieri di Caserta hanno acceso i fari su di lui, facendo emergere un profilo molto diverso da quello mostrato all’esterno.

L’indagine, coordinata dai pm Vincenzo Ranieri, Vincenzo Toscano e Alfredo Gagliardi, ha infatti indicato Garofalo quale presunto capo operativo di una costola del clan Zagaria, che avrebbe guidato con il benestare di Raffaele e Aldo Nobis, fratelli di Salvatore, detto ‘a scintilla, storico luogotenente di Michele Zagaria. Oltre alle direttive che, secondo l’accusa, avrebbe impartito ai sodali, alle intimidazioni e ai rapporti con la politica, gli inquirenti puntano a ricostruirne il patrimonio. Una ricchezza che andrebbe oltre le disponibilità dichiarate e che sarebbe riconducibile, almeno in parte, anche al sistema degli Zagaria.

Gli indizi emergono dal decreto di fermo per Garofalo e altri sette indagati. Le intercettazioni descriverebbero un patrimonio stratificato: affari ereditati dal padre Paolo, immobili schermati, auto intestate a terzi e somme che gli investigatori ritengono non giustificate dai redditi dichiarati. Parlando il 6 febbraio 2024 con il compagno di un’assessora, Garofalo avrebbe raccontato di avere proseguito alcune attività del padre, citando assegni, assicurazioni e rapporti con avvocati. Avrebbe inoltre evocato prestiti che gli investigatori collegano a una possibile attività usuraria del genitore.

Un capitolo centrale riguarda un capannone in provincia di Prato. Paolo Garofalo lo avrebbe acquistato con altri soggetti e intestato a terzi per non comparire. Lo stesso sistema sarebbe stato usato per le auto. Il racconto avrebbe trovato riscontro in una Fiat Panda guidata da Paolo nel 2008, ma intestata prima a un compaesano e poi alla consorte. Negli atti compare anche Raffaele Conte, detto Raffaele ‘o nir, indicato da Garofalo come intestatario formale di beni e attività riconducibili al padre. Conte avrebbe lavorato in uno showroom o ingrosso, con un compenso dichiarato di 9.500 euro al mese. Per quanto risulta dalle informazioni in nostro possesso, Conte non figura tra gli indagati nel procedimento che ha coinvolto Costantino Garofalo. Il suo nome compare nelle conversazioni intercettate, circostanza che non implica di per sé alcuna responsabilità penale.

Un altro elemento ritenuto significativo dagli investigatori riguarda la cifra di 800mila euro. Garofalo avrebbe raccontato che un socio occulto del padre, originario di Grazzanise, gli sarebbe stato debitore di una somma di tale importo. Nelle conversazioni compare inoltre un secondo riferimento a 800mila euro che Paolo Garofalo avrebbe immobilizzato attraverso una polizza e titoli bancari intestati a un terzo, utilizzandoli come garanzia per il mutuo relativo al capannone, con scadenza nel 2036. Gli inquirenti considerano questi racconti indicativi dell’esistenza di risorse rilevanti non immediatamente riconducibili al patrimonio formalmente dichiarato. La consistenza delle somme, la loro provenienza e l’eventuale collegamento tra le due operazioni restano tuttavia da accertare. Le ricostruzioni riportate costituiscono ipotesi investigative ancora da verificare. Garofalo e gli altri indagati devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza irrevocabile di condanna.

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