Il dibattito sul futuro del tennis è stato acceso da una proposta di Novak Djokovic, ma ha trovato in João Fonseca un fermo oppositore. Il giovane talento brasiliano ha liquidato senza mezzi termini l’idea di accorciare i match, suggerendo con un sorriso che la proposta del campione serbo sia legata alla sua età anagrafica.
La discussione è nata da una riflessione di Djokovic maturata in seguito ad alcuni match estenuanti. Uno di questi è stata proprio la maratona contro lo stesso Fonseca all’ultimo Roland Garros, un incontro durato 4 ore e 57 minuti in cui il serbo ha rischiato la sconfitta dopo essere stato in vantaggio di due set a zero.
Sulla scia di quell’esperienza, Djokovic ha proposto una modifica sostanziale: disputare incontri al meglio dei cinque set, ma con ogni parziale che si conclude ai quattro game e senza la regola dei vantaggi sul 40-40. Una formula pensata per rendere le partite più veloci e appetibili per le nuove generazioni di pubblico.
João Fonseca, interpellato durante una conferenza stampa a Montreal, ha offerto una chiave di lettura differente. “Penso che dica così per via della sua condizione fisica, perché sta invecchiando”, ha commentato il diciannovenne, prima di addentrarsi nel merito della questione.
“Al di là della battuta, credo che il tennis da sei game per ogni set faccia parte della storia di questo sport”, ha proseguito Fonseca. “È il tennis classico, e ritengo sia importante preservare questa tradizione”.
Questa presa di posizione crea un interessante paradosso. Il campione veterano, Novak Djokovic, a 39 anni si fa promotore di una rivoluzione per contenere i match nell’arco delle due ore, strizzando l’occhio a un pubblico più giovane. Al contrario, il teenager Fonseca si erge a difensore della tradizione.
La posizione di Fonseca non nasce da una scarsa familiarità con i formati più brevi. Al contrario, ha già trionfato con la regola dei set a quattro game, vincendo le Next Gen Finals di Gedda nel 2024, torneo che adotta proprio il modello a cui Nole si ispira.
“In quel caso mi sono trovato bene con quel regolamento, quindi non posso lamentarmi. Ho avuto buoni risultati”, ha ammesso. La sua preferenza, però, rimane per la struttura classica, quella che ha forgiato le leggende attraverso battaglie epiche.
Il brasiliano, affacciatosi nel circuito maggiore da neanche due stagioni, è cresciuto studiando le grandi maratone di campioni come lo stesso Djokovic, capaci di scrivere la storia dello sport con match da cinque ore. Il suo desiderio è quello di potersi cimentare ancora a lungo con le sfide al cardiopalma del quinto set.
Il vero scontro ideologico, quindi, non è solo tra due giocatori di generazioni diverse. È tra l’esigenza di uno sport “veloce”, spinto da necessità televisive e dalla voglia di contenuti più fruibili, e l’identità di un gioco la cui grandezza è stata spesso misurata sulla sua durata e sul suo dramma.
L’equazione che lega le lunghe durate a un flop televisivo, del resto, non è sempre valida. La finale del Roland Garros 2025 tra Sinner e Alcaraz, durata 5 ore e 29 minuti, ha registrato il 38% di share, a dimostrazione che la qualità e la suspense possono tenere gli spettatori incollati allo schermo, a prescindere dal cronometro.






