Giovanni Malagò ha rotto il silenzio sul caso che mette in discussione la sua eleggibilità a una presidenza federale a causa di una norma sul tesseramento. Fino a questo momento, il presidente del Coni aveva evitato commenti pubblici, forte di una convinzione, anche su basi legali, che la questione non avrebbe generato problemi. La sua prima dichiarazione è arrivata a Milano, all’uscita dall’Assemblea di Lega Serie B a cui aveva partecipato come invitato.
Intercettato dai giornalisti, Malagò ha esordito con un messaggio di calma: “Sono sereno”. Ha poi spiegato di non voler entrare nei dettagli della vicenda in questa fase, ritenendo la storia “già nota a tutti”. Queste parole rappresentano la sua prima presa di posizione ufficiale, dopo che la Procura Generale dello Sport ha avviato un’indagine sulla sua posizione, creando un clima di incertezza istituzionale.
Il fulcro del caso è l’interpretazione dell’articolo 29 dello Statuto Figc, che elenca i requisiti per la candidatura alla presidenza. Tra questi, vi è l’obbligo di essere “in regola con il tesseramento”. Il procuratore generale dello Sport, Ugo Taucer, sta valutando se la posizione di Malagò al momento della candidatura rispettasse pienamente questa clausola, una valutazione che potrebbe avere conseguenze dirette sulla validità della sua elezione.
Malagò ha affermato di non essere preoccupato e ha introdotto un elemento chiave a sua difesa, facendo riferimento a episodi passati. “Aggiungo che ci sono precedenti che sono fin troppo evidenti rispetto a quella che è la storia”, ha dichiarato. Questo suggerisce che, a suo avviso, la giurisprudenza sportiva conterrebbe già casi analoghi risolti in modo da confermare la legittimità della sua posizione e della sua elezione.
Infine, il presidente del Coni ha toccato il tema di una possibile manovra esterna. Alla domanda diretta su una potenziale “regia politica” dietro l’inchiesta, ha risposto in modo allusivo: “Diciamo che è qualche mese che si sono tentate strade diverse dalle dinamiche di consenso elettorale che ci sono state”. Questa frase lascia intendere il sospetto che l’azione legale sia un tentativo di sovvertire un esito democratico, utilizzando le norme statutarie come strumento di scontro politico.







