Emergenza cave nel Casertano: 317 siti abbandonati e rischi per i Monti Tifatini

Il dossier di Aislo e Piazze del Sapere fotografa una ferita ambientale ancora aperta. Iorio chiede un piano di recupero, mentre sulla Cava Iuliano parte una richiesta di verifica istituzionale

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Cave Monti Tifatini nel Casertano

CASERTA – Emergenza cave in Terra di Lavoro: il dossier che svela la ferita aperta sui Monti Tifatini e i rischi per la conurbazione casertana. In provincia di Caserta la cicatrice lasciata dalle attività estrattive rappresenta una delle questioni ambientali e territoriali più drammatiche dell’intero Mezzogiorno: sono 317 le cave abbandonate, 59 chiuse, almeno 26 abusive e 46 autorizzate.

Un sito estrattivo ogni 5,8 chilometri quadrati

Il quadro analitico ricostruito dall’associazione Aislo e dalla rete culturale Piazze del Sapere, sulla scorta dei rilievi storici forniti da Legambiente, disegna la fisionomia di una vera e propria emergenza sistemica. Nei centoquattro comuni che compongono l’area di Terra di Lavoro si registrano ben trecentodiciassette cave dismesse o abbandonate, cinquantanove siti ufficialmente chiusi, quarantasei impianti ancora autorizzati e almeno ventisei strutture completamente abusive.

Questa concentrazione si traduce in una densità impressionante, pari a un sito estrattivo ogni cinque chilometri quadrati e otto decimi, un valore che supera di oltre il doppio la media registrata nel resto del territorio campano e che attribuisce al casertano il triste primato regionale sia per volume di cave presenti sia per la pressione antropica esercitata sugli ecosistemi locali.

La ferita aperta lungo i Monti Tifatini

L’epicentro di questo fenomeno si colloca lungo la dorsale dei Monti Tifatini, nell’ampia fascia geografica compresa tra i comuni di Capua, Caserta e Maddaloni, un’area storicamente definita Città Continua e oggi segnata in modo indelebile da ben venti giganteschi bacini di escavazione.

L’impatto visivo e strutturale di tali interventi è di proporzioni imponenti, con enormi fronti di cava chiaramente scorgibili da qualunque angolazione della piana. Tra i casi maggiormente emblematici della trasformazione del paesaggio si annoverano la Cava Vittoria, legata alle attività industriali della Cementir nel territorio comunale di Maddaloni, e la Cava Statuto nel comune di San Prisco.

In questi contesti, per soddisfare le richieste del mercato del calcare e del cemento, sono state letteralmente strappate intere porzioni di rilievi collinari, procedendo a sventramenti sistematici che non hanno previsto alcuna opera preventiva di consolidamento né interventi volti al ripristino dell’habitat vegetale originale, se non attraverso ulteriori e aggressivi prelievi di materiale roccioso.

Il paesaggio che conquistò Luigi Vanvitelli

Questa alterazione profonda e prolungata ha danneggiato un patrimonio naturale, storico e culturale di inestimabile valore, fiorito nei secoli all’ombra delle colline casertane. La gravità dello scempio risalta ancora di più se si considera che l’intera catena tifatina è teoricamente sottoposta a vincoli stringenti di natura ambientale, paesaggistica, idrogeologica e persino archeologica.

Si tratta di uno sfondo collinare la cui bellezza originaria fu determinante nel Settecento, quando l’architetto Luigi Vanvitelli decise di collocarvi dinnanzi la maestosa struttura del Palazzo Reale di Caserta, affascinato dall’armonia tra l’architettura monumentale e il contesto naturale circostante.

Solo a seguito di interminabili vertenze giudiziarie, denunce pubbliche e mobilitazioni da parte delle associazioni del territorio, l’attività estrattiva ha subito una battuta d’arresto con l’emissione di specifici decreti di blocco da parte della Regione Campania e la contestuale cessazione delle produzioni nei grandi poli industriali di trasformazione come Cementir e Moccia.

L’ombra della criminalità organizzata

L’analisi del problema non si limita agli aspetti puramente ambientali, ma penetra nelle dinamiche socio-economiche che hanno caratterizzato la storia recente del casertano. Come documentato e ribadito dalle indagini svolte dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta, le modalità di gestione e sfruttamento di molte “coltivazioni” di cava sono state fortemente condizionate dalle penetrazioni della criminalità organizzata.

La malavita ha individuato nelle attività di escavazione una leva strategica primaria, sfruttandole sia per il controllo diretto delle forniture nel settore delle costruzioni civili e delle grandi opere, sia come snodo per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti speciali e industriali, tombati nei grandi vuoti sotterranei generati dall’estrazione del materiale lapideo.

Dissesto idrogeologico e rischio tracimazioni

Alle implicazioni legate all’ecomafia si sommano scenari di grave e strisciante dissesto idrogeologico e microclimatico che mettono a rischio la sicurezza della popolazione residente nella conurbazione. La scomparsa o il ridimensionamento di intere barriere collinari ha privato la piana casertana di uno scudo naturale storico contro i venti e le correnti atmosferiche, rendendo i fenomeni meteorologici sempre più violenti e tempestosi rispetto al passato.

Più allarmante appare la questione della gestione dei vuoti di cava dismessi, i cui enormi bacini tendono a trasformarsi in invasi aperti in grado di raccogliere masse d’acqua piovana. Diversi ingegneri idraulici ed esperti del settore avvertono che, di fronte all’estremizzazione degli eventi climatici e alle piogge torrentizie sempre più frequenti, l’eventuale cedimento strutturale delle pareti rocciose instabili o il verificarsi di frane all’interno di questi invasi saturi potrebbe innescare improvvise tracimazioni e colate di fango.

Un’eventualità che configurerebbe per il territorio di Caserta e per i comuni limitrofi un potenziale “effetto Seveso” dalle conseguenze devastanti per la salute pubblica, l’incolumità dei cittadini e la tenuta idraulica dell’intera area urbanizzata.

L’appello di Iorio: «Basta inerzia e indifferenza»

Sulla drammatica questione del degrado ambientale in Terra di Lavoro prende posizione con fermezza Pasquale Iorio dell’associazione Le Piazze del Sapere. Con un accorato appello pubblico, l’attivista ribadisce l’urgenza di spezzare lo stato dominante di inerzia, silenzio e indifferenza, sfiorante talvolta la connivenza, che fino ad oggi ha paralizzato qualsiasi intervento correttivo sul territorio casertano.

La richiesta si rivolge direttamente ai sindaci del comprensorio, alla Presidenza della Provincia e alla Regione Campania, sollecitando l’avvio immediato di un piano strategico di risanamento e recupero funzionale dei bacini estrattivi dismessi.

L’iniziativa punta a trasformare una grave piaga ecologica in un’opportunità di riscatto attraverso progetti concreti di riuso sociale e produttivo. In questa prospettiva, la proposta evidenzia il ruolo cruciale che possono svolgere l’Università e in particolare il Dipartimento di Scienze Naturali con il Polo Scientifico, in grado di offrire competenze tecniche indispensabili per definire nuove forme di crescita sostenibile e per avviare opere di ripascimento e ripristino dei siti ambientali compromessi.

Tale percorso scientifico e istituzionale deve necessariamente integrarsi con il contributo attivo delle principali associazioni ambientaliste storiche come Legambiente, Italia Nostra, Wwf e Lipu.

Il progetto del Parco urbano dei colli Tifatini

Le ripercussioni negative dell’abbandono delle cave si riflettono pesantemente anche sullo sviluppo delle infrastrutture civili, condizionando persino i cantieri del nuovo Policlinico di Caserta, bloccato ormai da decenni.

Per superare questa stasi, la mobilitazione chiede a gran voce di riprendere e sbloccare definitivamente il progetto per la realizzazione del Parco Urbano dei colli Tifatini, un’opera strategica rimasta per troppo tempo dimenticata nei cassetti dell’amministrazione comunale casertana.

La sfida lanciata da Pasquale Iorio richiede la nascita di un grande movimento di cittadinanza attiva che superi la sola fase della denuncia per concentrarsi su proposte progettuali condivise. La rigenerazione del territorio deve passare attraverso la cooperazione integrata tra scuole, università, forze sindacali e una vasta rete di realtà associative locali, tra cui il Forum Terzo Settore casertano, Arci, Acli, il Forum dei Giovani, MillePiani, Città Viva, Auser, Agenda 21 e i Siti Reali, uniti nell’obiettivo di restituire dignità e sicurezza ai beni della comunità.

Cava Iuliano, chiesta una verifica sull’impianto per i rifiuti

Sulla vicenda della Cava Iuliano e del progetto promosso dalla società Iuliano srl è stata avviata una richiesta di verifica istituzionale rivolta agli enti competenti. La questione riguarda l’iter autorizzativo inerente alla realizzazione e gestione di un impianto per il trattamento e il recupero di rifiuti all’interno del sito estrattivo.

L’iniziativa punta ad accendere i riflettori sui nodi emersi nel corso della conferenza dei servizi tenutasi il 28 luglio scorso, momento in cui sono stati sollecitati specifici approfondimenti tecnici agli organi di controllo.

In particolare, si richiede una formale verifica preliminare all’Autorità di Bacino Distrettuale circa la stabilità dei versanti e le eventuali classificazioni di rischio idrogeologico, unitamente ai riscontri di competenza dell’Arpac.

Sotto osservazione della FreeCaserta vi è anche la reale natura dell’intervento: la richiesta istituzionale mira a chiarire se l’impianto sia strettamente e quantitativamente commisurato al solo recupero ambientale della cava o se si configuri come un’attività industriale autonoma di gestione rifiuti.

Ulteriori elementi di attenzione riguardano la compatibilità dell’opera con la destinazione dell’area, classificata come zona altamente critica nel Piano Regionale delle Attività Estrattive, e le possibili ripercussioni sul contesto territoriale circostante.

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