CASAL DI PRINCIPE – Non solo fare bilanci, occuparsi di dichiarazioni dei redditi. Ma anche intestarsi i beni e curare gli investimenti di Salvatore Diana, detto Zecchinetta. Sarebbero stati questi i compiti di un commercialista indicato dal collaboratore di giustizia Vincenzo D’Angelo, alias Biscottino, genero del boss Francesco Bidognetti. Il professionista, descritto dal pentito come un parente del mafioso Giuseppe Diana, alias Cuoll ‘e pinto, avrebbe seguito anche l’acquisto di una casa in piazza Villa, intestandola a proprio nome per schermare, stando a quanto riferito da D’Angelo, un’operazione fatta da Zecchinetta.
Elementi nuovi, quelli che abbiamo finora riportati, tutti raccontati dal collaboratore di giustizia ai magistrati della Dda di Napoli. Informazioni che sono saltate fuori mentre gli inquirenti, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, facevano domande all’ex affiliato sui presunti affari di Salvatore Diana, tra i principali indagati nell’inchiesta sulle frodi con i crediti dei bonus edilizi condotta dalla guardia di finanza. Un’indagine complessa, che ha già portato a sequestrare beni e disponibilità per oltre 21 milioni di euro. Somma da capogiro. Eppure, attraverso intercettazioni e altri accertamenti, la sensazione è che il giro di denaro sia più ampio.
D’Angelo, parlando di Zecchinetta, ha indicato anche altri presunti investimenti ‘slegati’ dal commercialista. Ha riferito di una partecipazione nella gestione di una bisca, nella quale sarebbero stati coinvolti lo stesso collaboratore, Ivanhoe Schiavone, il figlio del capoclan Sandokan, e altre persone. E ha parlato di somme investite in un’attività di autonoleggio nell’area di Villa di Briano. Affari diversi che, nel suo racconto, si affiancano agli acquisti immobiliari e al ricorso a intestatari fittizi.
Lo sfondo a tutto questo narrato è quello ricostruito dal pubblico ministero Giuseppe Visone e dai finanzieri dei Nuclei di polizia economico-finanziaria di Napoli e Bologna. Secondo l’accusa, il gruppo, di cui avrebbe fatto parte Diana, avrebbe creato crediti d’imposta inesistenti attraverso società e ditte intestate a prestanome, per poi cederli a terzi, e trasformarli in denaro. A Diana e a Massimo Bianco viene attribuito il ruolo di promotori e organizzatori: avrebbero diretto le operazioni e gestito di fatto le imprese utilizzate per concretizzare i raggiri. Le somme sarebbero poi transitate su conti italiani ed esteri, attraverso un circuito destinato a ostacolarne la tracciabilità. Una parte sarebbe stata reinvestita in beni intestati ad altri (ed è in questo frangente che si è aperto lo spaccato sul commercialista). Per la Dda, inoltre, il sistema avrebbe agevolato la fazione Schiavone del clan dei Casalesi, nelle cui casse sarebbe confluita una quota dei guadagni.
Le dichiarazioni del collaboratore vanno distinte dalle contestazioni formalizzate nell’inchiesta, nella quale il commercialista citato da D’Angelo non risulta – almeno per quanto è in nostra informazione – indagato. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e gli indagati sono da considerare innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva.










