Luciano Spalletti, attuale commissario tecnico della Nazionale, ha offerto una profonda riflessione sul ruolo dell’allenatore nella crescita dei calciatori. In una recente intervista, ha svelato i segreti del suo approccio, un misto di psicologia e lavoro sul campo che ha permesso a numerosi campioni di esprimere al massimo il loro potenziale. Secondo il tecnico, il compito principale è “creare leggerezza”, ma quella autentica, che nasce solo da un lavoro intenso e consapevole. I momenti felici non riconosciuti, ha aggiunto, diventano rimorsi.
Il suo percorso è costellato di successi nella valorizzazione dei giocatori. Tra i casi più significativi, ha ricordato David Pizarro ai tempi dell’Udinese, la cui carriera ha avuto una svolta decisiva grazie a un’intuizione tattica. “Sono convinto che da trequartista avrebbe avuto meno risalto”, ha spiegato Spalletti, che lo ha trasformato in un regista davanti alla difesa, un ruolo dove ha potuto toccare un numero enormemente superiore di palloni e dettare i tempi di gioco.
Altrettanto emblematiche sono state le esperienze con Mohamed Salah alla Roma e João Cancelo all’Inter. Per l’egiziano, ha sottolineato come un talento del genere “consegna un Pallone d’Oro a tutti coloro che lo allenano”, evidenziando come il compito fosse quello di creare il contesto ideale per la sua libertà. A Milano, ha lavorato sulla posizione e sulla fiducia del terzino portoghese per aiutarlo a fare il salto di qualità.
L’avventura a Napoli ha regalato altre due gemme. Khvicha Kvaratskhelia, arrivato da un calcio meno competitivo, è stato gestito con intelligenza per adattarsi subito alla Serie A. Ma il capolavoro forse più grande è stato Stanislav Lobotka: “L’ho trovato fuori, si era dimenticato di quanto fosse forte perché era un giocatore ai margini”.
La filosofia di Spalletti è chiara: far sentire i giocatori unici e centrali nel progetto. Ha spiegato che frasi come “Ho scelto te” sono fondamentali per tranquillizzarli e infondere fiducia. “Il talento è libero e citrullo”, ha affermato, per questo “non bisogna fare una cruda somma dei singoli, ma tirar fuori qualcosa di extra da loro”. L’allenatore deve essere una figura convincente, capace di guidare i suoi uomini a superare i propri limiti.
Tuttavia, anche in una carriera ricca di soddisfazioni, c’è spazio per il rammarico. Quando gli è stato chiesto se ci fosse un giocatore su cui sente di non aver lasciato il segno, la risposta del tecnico è stata netta e sincera: “Adam Ounas a Napoli. Senza dubbio”. Un talento cristallino che, per sua stessa ammissione, non è riuscito a plasmare come avrebbe voluto, un’eccezione che conferma la complessità del suo mestiere.




