Ci risiamo, e questa volta la notizia sembra quasi finta. Sì, perché l’annuncio dell’ennesima riapertura del processo per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, dovuta alla scoperta di nuovi elementi da parte della difesa del cugino del regista, stavolta arriva il giorno del 51esimo anniversario della sua morte, avvenuta appunto il 2 novembre del 1975 a Lido di Ostia, nel Lazio.
Il suo cadavere trasfigurato fu scoperto da una passante alle 6 del mattino e fu l’amico attore Ninetto Davoli a riconoscere in quelle povere spoglie i resti del suo mentore. La prima ipotesi “ufficiale” fu quella di una colluttazione con uno dei “ragazzi di vita” che lo scrittore frequentava nella Capitale (uno dei suoi romanzi più famosi si chiama appunto Ragazzi di vita ed è uno dei capolavori della letteratura italiana).
E infatti, il primo a essere accusato del delitto fu Giuseppe “Pino” Pelosi, un giovane di strada di Guidonia Montecelio. Poi, però, le risultanze delle indagini sulla dinamica dell’omicidio furono giudicate incompatibili con l’ipotesi che P.P.P. fosse stato ucciso da una sola persona. D’altra parte erano in tanti a considerarlo un intellettuale “scomodo”.
Pasolini stava antipatico a fascisti e comunisti, ma soprattutto alla classe borghese e ai suoi rampolli che in quel periodo giocavano a fare i pauperisti e rivoluzionari, girando armati e coprendosi il volto, per colpire i “simboli del potere” e mettere in atto la loro idea di “lotta di classe”.
Celebre la poesia “Il PCI ai giovani, ovvero Vi odio cari studenti”, nella quale il regista, nel commentare gli scontri tra gli studenti e le forze dell’ordine a Valle Giulia, Roma, nel 1968, prese le distanze da quei giovani, figli della borghesia, “prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati”, difendendo i poliziotti “figli dei poveri”, provenienti da “subtopie contadine o urbane” (leggi la poesia integrale).
Un personaggio evidentemente fuori dal tempo, Pasolini. E forse, tutto sommato, per chi lo ha amato e continua ancora oggi ad amare le sue opere non è poi così importante sapere chi quella notte gli tappò la bocca per sempre. Come un personaggio di un suo film, Pasolini rappresenta l’innocenza perduta della nostra società, che lo ha eliminato per mettere a tacere la propria coscienza e per correre, finalmente, incontro alla desolazione culturale e alla dittatura economico-finanziaria che oggi controlla il mondo molto più di allora.


















