In un’intervista rilasciata nell’agosto 2023, Evaristo Beccalossi ha offerto un ritratto sincero di sé, un viaggio in un calcio che non esiste più. L’ex fantasista ha ripercorso la sua carriera partendo dal suo arrivo a Milano da Brescia a 22 anni, un momento simboleggiato da una sigaretta fumata in Piazza Duomo.
Considerato un talento ingestibile ma spontaneo, Beccalossi ha spiegato come la sua immagine, inclusi i capelli lunghi, fosse una sorta di scudo. All’Inter ha ereditato la maglia numero 10, un peso che lo ha messo a confronto con leggende come Mazzola e Suarez. Ha ricordato con ironia l’accostamento a Michel Platini, sottolineando come la rivalità con la Juventus lo motivasse in modo speciale.
La sua carriera è stata segnata da un’incostanza che lui stesso ha ammesso: capace di prestazioni anonime dopo una settimana tranquilla o di giocate geniali dopo nottate passate nei locali milanesi. Beccalossi ha descritto il suo stile di vita senza filtri: un allenamento intenso a settimana, un pacchetto di sigarette al giorno e una decina di caffè, abitudini che i compagni di squadra accettavano.
Ha parlato con affetto della Milano notturna, dei ristoranti e dei locali dove cercava musica in dialetto, un mondo che lo ha fatto sentire amato dalla gente anche dopo errori celebri, come i due rigori sbagliati. Un affetto che ha considerato più importante della mancata convocazione per il Mondiale del 1982, trasformata in un’opportunità lavorativa come commentatore.
Una parte significativa del suo racconto è stata dedicata all’esperienza da capo delegazione con la Nazionale Under 19, vincitrice dell’Europeo. Ha sottolineato l’importanza di essere credibili con i giovani, di ascoltarli e di non giudicarli. Ha raccontato aneddoti significativi, come quando ha rassicurato un giocatore dopo un’espulsione o ha trovato i ragazzi a giocare con la console, vedendola come un’occasione per fare gruppo.
Riflettendo sul calcio moderno, ha ammesso di non potersi paragonare a nessun giocatore attuale, data la diversa velocità del gioco. La sua qualità migliore, ha spiegato, era il tempo del passaggio, la capacità di vedere corridoi invisibili.
Infine, Beccalossi ha espresso il desiderio di essere ricordato come una “persona vera”. Ha ammesso di aver commesso errori, ma di aver sempre vissuto per le emozioni, mettendo in discussione l’idea stessa di errore quando nasce da una spinta autentica. Un testamento spirituale che racchiude l’essenza di un campione unico.









