Caccia agli ultimi superlatitanti a Napoli: in estate aumentano spostamenti e contatti delle primule rosse

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Renato Cinquegranella e Junzo Okudaira
Renato Cinquegranella e Junzo Okudaira

NAPOLI – Dopo i recenti e decisivi blitz che hanno portato alla cattura del boss Roberto Mazzarella e di Pietro Izzo, la caccia ai superlatitanti legati al territorio partenopeo si fa sempre più serrata. Le sezioni catturandi della Squadra Mobile e dei carabinieri, affiancate dal Gruppo Integrato Interforze per la ricerca dei latitanti, hanno attivato protocolli speciali per tutto il mese di agosto. Vacanze e famiglia sono irrinunciabili per i ricercati. Le forze dell’ordine intendono sfruttare a proprio favore questo periodo dell’anno, caratterizzato da spostamenti più frequenti e da un’intensa rete di contatti personali. Durante l’estate, le dinamiche di fuga si modificano: i latitanti tendono a spostarsi verso note località balneari o cercano di farsi raggiungere dai familiari più stretti per brevi ricongiungimenti. Gli investigatori restano dunque in massima allerta, in attesa del minimo passo falso per assicurare alla giustizia gli ultimi due primari e irriducibili ricercati dell’elenco ministeriale.

Il primo obiettivo prioritario è Renato Cinquegranella. Nella lista dei latitanti più pericolosi. Nato a Napoli il 15 maggio del 1949 e oggi 77enne. Negli anni Ottanta era affiliato alla Nuova Famiglia ed è ricercato dal 2002 per associazione a delinquere di tipo mafioso ed estorsione. Coinvolto nell’atroce omicidio di Giacomo Frattini, fedelissimo di Cutolo, trovato mutilato e decapitato nel 1982. Oggi il suo nome ha preso il posto di quello di Matteo Messina Denaro nella ristrettissima lista dei tre superlatitanti di massima pericolosità redatta dal Ministero dell’Interno (con Attilio Cubeddu e Giovanni Motisi).

Nelle stesse ore la Procura e gli apparati di sicurezza continuano a cercare la mente della sanguinosa strage terroristica compiuta il 14 aprile 1988 al circolo della Nato di Calata San Marco in pieno centro a Napoli. In quell’attentato, scatenato tra via Medina e piazza Municipio, persero la vita sia militari americani che incontaminati cittadini napoletani. Il principale responsabile di quella carneficina è l’estremista nipponico Junzo Okudaira, autore ed esponente della famigerata Armata Rossa Giapponese. L’uomo è ritenuto l’esecutore e il pianificatore materiale dell’attacco ed è tuttora inserito nei registri dei terroristi più ricercati a livello internazionale. Su di lui pende da tempo anche una maxitaglia multimilionaria stanziata dall’FBI americana per chiunque fornisca informazioni utili al suo arresto. Già nel 2020 l’allora procuratore capo di Napoli, Giovanni Melillo, definì Okudaira come il latitante numero uno per gli uffici giudiziari partenopei, equiparandolo ai grandi boss della camorra. L’11 aprile 2021 le indagini sulla strage sono state riaperte ufficialmente e a Calata San Marco è stata apposta una targa commemorativa in memoria delle cinque vittime. Il terrorista giapponese rimane un vero e proprio ‘fantasma’ da oltre 36 anni, ma la rete dei controlli è implacabile.

L’attività investigativa congiunta combina oggi modernissime tecnologie di tracciamento satellitare a una profonda e capillare conoscenza del territorio e dei flussi d’ombra. Il coordinamento tra intelligence italiana e agenzie internazionali sta vagliando ogni singola segnalazione e pista finanziaria riconducibile ai fiancheggiatori dei due primari ricercati. La determinazione dello Stato nel voler chiudere capitoli d’ombra così dolorosi della storia cittadina appare oggi più forte e coesa che mai. I recenti successi operativi dimostrano che nessun rifugio e nessuna latitanza, per quanto decennale e protetta, possa ritenersi sicura all’infinito di fronte al pressante lavoro d’indagine. Gli inquirenti confidano che le tracce e i contatti estivi possano finalmente spezzare le ultime coperture logistiche e consentire la cattura definitiva dei due fuggitivi. Le forze dell’ordine utilizzano strumenti d’avanguardia, come l’age progression (invecchiamento digitale delle foto) e il monitoraggio dei flussi finanziari internazionali, per stringere il cerchio attorno a questi uomini.

La sfida per il 2026 resta quella di dimostrare che nessuna latitanza, per quanto decennale, può resistere per sempre alla giustizia.

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