Calcio, la protesta dei tifosi interisti: “Restiamo fuori. Speriamo sia l’ultima volta”

La Banda Bagaj ha distribuito un volantino contro la decisione del giudice sportivo

Foto LaPresse - Tano Pecoraro

MILANO – Pacifica contestazione da parte dei tifosi dell’Inter fuori dallo stadio di San Siro prima della partita di Coppa Italia contro il Benevento. La gara si giocherà a porte chiuse dopo i cori razzisti contro Koulibaly durante la partita contro il Napoli, presenti un migliaio di persone fra invitati dagli sponsor, disabili e bambini delle scuole calcio. Davanti ai botteghini delle biglietterie, sono stati esposti due striscioni di protesta con contenuti eloquenti: “Contro il razzismo, contro la violenza, contro punizioni prive di coerenza” e “La maggioranza non ha ululato ma un suo diritto è stato calpestato”.

La pacifica protesta dei tifosi dell’Inter

La Banda Bagaj, altro gruppo di tifosi organizzato, ha distribuito un volantino sempre con toni di protesta contro la decisione del Giudice Sportivo. “Sono trascorsi più di dieci anni dalla morte di Raciti (l’ispettore di polizia morto in occasione di un derby fra Messina e Catania), e nonostante una legge speciale con inasprimento delle pene, biglietti nominali, tessera del tifoso, tornelli e telecamere, siamo di fronte alla chiusura dello stadio. I tifosi di tutta Italia da oltre dieci anni si sorbiscono questo trattamento… verrebbe da dire… inutilmente”, si apre il volantino. Nel lungo comunicato, i tifosi interisti ‘puntano il dito’ contro le istituzioni perché “le restrizioni imposte ai tifosi non hanno minimamente scalfito i fenomeni della violenza e del razzismo”.

I tifosi nerazzurri puntano il dito contro la polizia

Secondo i tifosi “in una logica di sportività si dovrebbe intraprendere una battaglia contro gli insulti in genere, e non tollerarli per poi indignarsi su quelli di cattivo gusto”. Ma i supporter nerazzurri ‘puntano il dito’ anche contro la polizia ricordando che “gli scontri (prima di Inter-Napoli) sono avvenuti a poco più di un chilometro dallo stadio; lungo quella strada che è l’arteria principale da cui provenendo dalla tangenziale si arriva a San Siro. La partita era a rischio, visto che c’erano già stati diversi episodi negli anni precedenti tra le due tifoserie. Possiamo quindi dire che il sistema di controllo e prevenzione ha totalmente fallito?”.

Sotto accusa anche gli ultras

Ma i tifosi dell’Inter ‘puntano’ il dito anche contro gli ultras perché “se le istituzioni e i media pensano che lo scontro avvenga per una partita di calcio significa che non hanno capito niente! Ed è grave considerando che trattano l’argomento da decenni. Vuol dire che nessuno si è mai posto l’obiettivo di capirlo questo fenomeno ultras” e “noi siamo contrari ad ogni forma di violenza, ma il dito sugli ultras non lo puntiamo perché non condividiamo e non capiamo il loro spirito guerriero. Il dito sugli ultras lo puntiamo per quello che loro stessi sostengono a gran voce come motto: rispetto genera rispetto”.

Condannare nettamente ogni forma di violenza

“Ecco allora cominciate a rifarvi a questo motto, vivendo le vostre pulsioni nel pieno e totale rispetto di chi non condivide il vostro spirito, evitando di giocare a fare la guerra coinvolgendo in questo chi, a ragion veduta, della vostra guerra non ne vuole sapere nulla”, scrivono i tifosi interisti.

La presa di coscienza del gruppo di tifosi nerazzurri

Infine ‘dito puntato’ contro la società da cui si sarebbero aspettati “rispetto per chi quei cori non li ha cantati; rispetto per chi da anni accetta tutta questa inutile burocrazia legata all’acquisto dei biglietti solo per passione. Rispetto per chi spende i propri soldi a inizio anno per abbonarsi”. Infine nel puntare il dito contro loro stessi per “non aver fatto abbastanza per diffondere una cultura di tifo diversa”, questo gruppo di tifosi dell’Inter “vogliono ribadire il nostro essere contro ogni forma di razzismo e contro ogni forma di violenza. Oggi vogliamo dire che siamo contro queste punizioni inutili e qualunquiste. Oggi vogliamo dire basta a tutto questo”.

(Lapresse)

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