Clan Zagaria, il possibile ruolo dei Moccia dietro le bombe ai negozi

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Franco Moccia e Paolo Francesco Serao
Franco Moccia e Paolo Francesco Serao

Tre attentati dinamitardi in meno di un mese, tre attività commerciali colpite e un territorio finito nuovamente sotto pressione.
Le esplosioni generarono clamore e forte preoccupazione tra i cittadini, al punto che in paese fu organizzata anche una marcia per dire no alla violenza e chiedere sicurezza.

A quelle paure, i carabinieri hanno dato risposta con un’indagine che ha portato a ricostruire ruoli, contatti e retroscena degli attentati. È uno degli spaccati emersi nell’inchiesta condotta dai pm della Dda di Napoli Vincenzo Ranieri, Alfredo Gagliardi e Vincenzo Toscano, coordinati dal procuratore aggiunto Michele Del Prete, sfociata nel decreto di fermo per Costantino Garofalo, ritenuto legato alla fazione Zagaria, e altre sette persone.

Al centro della ricostruzione degli investigatori (in relazione alle bombe) compare il nome di Franco Moccia, al quale la Dda attribuisce, a vario titolo, un ruolo nella causale o nel coinvolgimento relativo agli attentati alla pizzeria Nando’s, alla cornetteria Incornettami e al bar Alterego.

Il primo episodio richiamato nell’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, è quello della pizzeria Nando’s, in corso Europa, a Casapesenna. L’ordigno esplose il 27 febbraio 2026 e danneggiò gravemente il locale.

Il cuore della ricostruzione si concentra sui rapporti tra il gruppo Garofalo, Alessandro Cossentino e proprio Franco Moccia. In una prima fase, gli accertamenti non avrebbero consentito di acquisire elementi decisivi, anche per la cautela delle persone coinvolte. Poi, attraverso intercettazioni e riscontri, gli inquirenti ritengono di avere individuato una pista precisa: quella che conduce proprio a Moccia.

Pochi giorni dopo, la tensione si spostò a Cesa. Nella notte tra il 12 e il 13 marzo, due ordigni furono collocati davanti al bar Alterego, in via Matteotti. Anche questo episodio, per gli investigatori, rientrerebbe nello stesso clima di contrasti e ritorsioni. Il collegamento con gli altri attentati viene letto attraverso i dialoghi intercettati, nei quali compaiono riferimenti a vecchie inimicizie e a rapporti personali degenerati in azioni violente. Su questo punto, però, il quadro appare più sfumato: la Procura ipotizza un coinvolgimento nello stesso circuito criminale, ma la posizione dei singoli resta da verificare. Il terzo boato arrivò il 14 marzo, ancora a Casapesenna. A essere distrutta fu la cornetteria Incornettami, in via Roma. Per questo episodio era già finito in carcere (lo scorso aprile) Alessandro Cossentino, raggiunto prima da fermo e poi da ordinanza cautelare. Ma, secondo la Dda, Cossentino non avrebbe agito da solo. Gli investigatori ritengono che dietro l’attentato vi fosse un mandante, inizialmente indicato nei dialoghi in modo generico come “quello” e poi identificato dagli inquirenti in Franco Moccia.

Centrale è l’incontro del 17 marzo nell’abitazione di Cossentino, tre giorni dopo l’esplosione. Garofalo e altri presenti gli chiesero con insistenza chi gli avesse chiesto di agire e a chi dovessero essere consegnati i soldi di una presunta richiesta estorsiva da 2mila euro. Cossentino, pur pressato, non fece nomi. Ma proprio quel silenzio, insieme ai riferimenti successivi, viene letto dagli investigatori come un tassello utile a ricostruire il ruolo del presunto mandante.

La svolta, secondo la Procura antimafia, arrivò con un nuovo colloquio del 20 marzo, captato nell’auto della compagna di Cossentino. In quella conversazione si parlò dell’ordigno alla cornetteria, del passaggio sul posto, delle telecamere e del tentativo di cancellare eventuali tracce. È in questo contesto che gli inquirenti ritengono di avere dato ‘nome e volto’ all’uomo rimasto fino a quel momento sullo sfondo: Franco Moccia.

Per la Dda, quelle bombe non rappresentano semplici danneggiamenti. Sono messaggi. Avvertimenti rivolti a commercianti, rivali e ambienti criminali. Un modo per regolare conti, imporre paura e dimostrare capacità di intervento sul territorio.

La ricostruzione degli attentati viene inserita dagli inquirenti nel quadro più ampio dell’attività del gruppo Garofalo, ritenuto riconducibile all’area della fazione Zagaria, per descriverne presunta operatività, rapporti interni e dinamiche di controllo del territorio. Al momento, però, le responsabilità sui tre attentati alle attività commerciali non sono oggetto di formale contestazione nel decreto di fermo disposto dalla Dda ed eseguito l’altro ieri dai carabinieri. Il procedimento riguarda complessivamente undici indagati. Con Costantino Garofalo, 29 anni, e Franco Moccia, 26 anni, sono stati fermati e portati in carcere anche i fratelli Raffaele Nobis, 60 anni, e Aldo Nobis, 56 anni, Paolo Francesco Serao, 25 anni, Vincenzo Fontana, 29 anni, Gianluca Piccolo, 28 anni, Valerio Mormile, 25 anni, tutti di Casapesenna. Restano indagati a piede libero Ernesto Corvino, 45 anni, di Casal di Principe, Giuseppe Alfonso Piccolo, 33 anni, e Antonio Garofalo, 36 anni, entrambi di Casapesenna.

Le accuse contestate a vario titolo – nelle quali, va precisato, non rientrano i tre ordigni alla pizzeria, al bar e alla cornetteria, ma solo quello fatto esplodere in via Fabozzi davanti all’abitazione di un cittadino marocchino – sono associazione mafiosa, detenzione illegale di armi, estorsione, concorrenza illecita, violenza privata e atti di pubblica intimidazione con uso di armi, aggravati dal metodo mafioso.
Ora il fascicolo passa al gip del Tribunale di Napoli, che dovrà valutare i fermi e decidere se convalidarli ed eventualmente applicare misure cautelari. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari.

Le accuse restano al vaglio dei giudici e gli indagati sono da considerare innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.

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