Frodi fiscali e soldi destinati al clan dei Casalesi: sequestro da 21 milioni e sette indagati

Sotto chiave 10 immobili tra Trentola Ducenta e Castel Volturno, una barca, auto e crediti

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CASAL DI PRINCIPE – Crediti d’imposta inesistenti creati attraverso società e ditte intestate a prestanome, ceduti a terzi e trasformati in denaro da riciclare attraverso conti italiani ed esteri. È il cuore dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli che, nelle prime ore di ieri, ha portato all’esecuzione di perquisizioni e di un sequestro preventivo disposto dal gip del Tribunale partenopeo.
I militari dei Nuclei di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Napoli e Bologna hanno perquisito le abitazioni degli indagati e immobili riconducibili ad altri 38 soggetti.

L’operazione è stata realizzata su richiesta della Dda, nell’ambito dell’indagine coordinata dal pubblico ministero Giuseppe Visone.
Le contestazioni riguardano, a vario titolo, l’associazione per delinquere, il riciclaggio e l’autoriciclaggio, con l’aggravante della finalità di agevolare la fazione Schiavone del clan dei Casalesi. Secondo l’ipotesi accusatoria, parte delle somme ricavate dalle frodi sarebbe confluita nelle casse del sodalizio mafioso.

Gli indagati

A finire sotto inchiesta sono stati Massimo Bianco, 55 anni, Franco Cristiano, 42, e Salvatore Diana, 47, tutti residenti a Casal di Principe; Antonio Di Tella, 49 anni, di Villa di Briano; Carmine Elmo, 62 anni, di San Cipriano d’Aversa; Antonio Piazza, 48 anni, residente a Figline Valdarno, in provincia di Firenze; e Alfredo Temperato, 45 anni, di Trentola Ducenta.

Il meccanismo dei crediti fittizi

Stando alla ricostruzione degli investigatori, il gruppo avrebbe utilizzato società e ditte individuali formalmente intestate a prestanome. I soggetti compiacenti avrebbero consegnato le proprie credenziali Spid, permettendo agli organizzatori di accedere al portale dell’Agenzia delle Entrate, presentare le pratiche e gestire i cassetti fiscali. I crediti fittizi così generati sarebbero stati poi ceduti, anche a Poste Italiane, ottenendo l’accredito delle somme sui conti correnti dei richiedenti. Il denaro sarebbe stato successivamente trasferito su altri rapporti bancari e prelevato da persone incaricate di consegnarlo agli organizzatori della frode.

A Bianco e Diana la Procura attribuisce il ruolo di promotori e organizzatori del sodalizio. Avrebbero gestito di fatto società intestate ad altri e coordinato le operazioni di cessione dei crediti inesistenti. Fino all’agosto del 2021 si sarebbero avvalsi della collaborazione di Cristiano per il riciclaggio dei proventi. Dal mese successivo, pur conservando la direzione strategica degli affari, avrebbero affidato a quest’ultimo la gestione operativa.

Cristiano, secondo l’accusa, avrebbe curato la movimentazione dei crediti e la cessione a Poste Italiane di disponibilità fiscali fittizie per circa 15 milioni di euro, riconducibili a una società cooperativa.

Di Tella avrebbe invece gestito i passaggi dei crediti tra le diverse imprese riferibili al gruppo e inserito sul portale le richieste di cessione.
Temperato sarebbe stato incaricato di individuare i canali attraverso i quali riciclare i proventi, utilizzando un sistema di compensazione finanziaria, e di curare il ritiro del denaro contante messo a disposizione anche da altri ambienti criminali. Elmo avrebbe partecipato al reimpiego delle somme servendosi anche di una società di diritto ungherese a lui riconducibile, inserita in un circuito internazionale destinato, secondo gli inquirenti, a rendere più difficile l’individuazione della provenienza del denaro.

I bonifici su conti esteri

Piazza non risponde invece dell’ipotesi associativa. Gli viene contestato, in concorso con Cristiano e con altre persone, un episodio di riciclaggio collegato a una presunta truffa ai danni di Poste Italiane. L’operazione avrebbe riguardato lo sconto bancario di un credito inesistente da 500mila euro, con un tasso del 17 per cento. Una parte dei proventi, pari a 190mila euro, sarebbe stata trasferita su un conto corrente belga intestato a una società di diritto ungherese attraverso tredici bonifici: undici da 15mila euro e due da 12.500 euro. Secondo la contestazione, Piazza e Cristiano avrebbero fornito le coordinate bancarie sulle quali far confluire il denaro, ostacolandone così la tracciabilità. L’episodio sarebbe avvenuto tra Trentola Ducenta e Bruxelles il primo ottobre 2021.

Gli accertamenti finanziari, sostiene l’accusa, hanno ricostruito un sistema di riciclaggio su scala internazionale. I proventi sarebbero transitati su rapporti bancari italiani ed esteri, alcuni dei quali nella disponibilità di soggetti ritenuti contigui alla criminalità organizzata, per poi essere trasferiti verso conti finanziari ubicati in Cina.

Da lì le somme sarebbero rientrate attraverso il cosiddetto underground banking, un circuito informale fondato sulla compensazione finanziaria e sulla disponibilità di ingenti quantità di denaro contante da parte di soggetti di nazionalità cinese. Il meccanismo avrebbe consentito di evitare trasferimenti bancari diretti e di rendere più difficile la ricostruzione dei flussi.
Parte dei proventi sarebbe stata utilizzata anche per acquistare beni mobili e immobili intestati a prestanome e ritenuti sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati.

Immobili, barca e crediti sequestrati

Il sequestro riguarda dieci immobili situati tra Trentola Ducenta e Castel Volturno, un’imbarcazione da diporto lunga 9,95 metri e dotata di due motori fuoribordo, due autoveicoli, un motoveicolo e crediti d’imposta inesistenti ancora presenti nei cassetti fiscali delle società e delle ditte coinvolte. Il valore complessivo dei beni e delle disponibilità sottoposti a vincolo ammonta a 21 milioni 86mila 860 euro. Le contestazioni sono ancora nella fase delle indagini preliminari e dovranno essere verificate nel contraddittorio tra le parti.
Gli indagati devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

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