Secondigliano, fari sul carcere dove muoiono i pentiti dopo la morte di Costantino Russo

La Mobile indaga sulla scomparsa del figlio di Peppe ’o padrino. Pesa il precedente di Ligato: si tolse la vita nello stesso reparto nel 2025. Gli altri detenuti che stanno collaborando, presenti nel T2, sarebbero stati trasferiti in altre strutture.

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Costantino Russo e Pietro Ligato
Costantino Russo e Pietro Ligato

Non si terranno in chiesa i funerali di Costantino Russo, il trentacinquenne trovato senza vita nella sua cella. La salma sarà tumulata questa mattina direttamente nel cimitero di Casale. Il provvedimento, adottato dalla Questura di Caserta per ragioni di sicurezza e ordine pubblico, consentirà soltanto ai familiari di salutarlo nel camposanto. Restano intanto numerosi interrogativi sulle circostanze della morte.

Russo si trovava nel padiglione T2 del carcere di Secondigliano, sezione nella quale vengono generalmente collocati, durante la delicata fase iniziale, gli esponenti della criminalità organizzata che hanno manifestato l’intenzione di collaborare con la giustizia. Il trentacinquenne aveva deciso di interrompere i rapporti con l’organizzazione criminale e di riferire agli inquirenti quanto sapeva sulle attività illecite del clan, comprese quelle riguardanti i suoi familiari più stretti. Tra questi figurano il padre Giuseppe Russo, conosciuto come Peppe ’o padrino (dovrebbe lasciare il carcere nel 2027), e gli zii Massimo, detto Paperino, anche lui in prigione, Francesco e Corrado (entrambi liberi). Le sue dichiarazioni avrebbero riguardato anche gli affari del gruppo e i rapporti con altre cosche.

Secondo quanto ricostruito, Russo aveva già tentato di togliersi la vita il 17 luglio, poche ore dopo aver intrapreso il complicato percorso di collaborazione. In quella circostanza era stato salvato dagli agenti della penitenziaria. Successivamente sembrava aver confermato la propria scelta, sostenuto – stando alle informazioni emerse – anche dalla compagna e dalla madre.

La sua morte ha però interrotto bruscamente quell’iter che avrebbe cambiato la vita di Costantino Russo. I primi accertamenti fanno ritenere che si sia trattato di un gesto volontario (si sarebbe tolto la vita usando dei lacci). Nella cella sarebbe stata inoltre rinvenuta una lettera indirizzata ai familiari. Sul caso indaga la Squadra mobile di Napoli, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia partenopea.

Gli investigatori dovranno verificare se, dopo il precedente tentativo, Russo fosse sottoposto a un adeguato regime di sorveglianza e se vi siano state falle nel sistema predisposto per proteggerlo. Resta inoltre da chiarire che cosa possa averlo spinto al gesto proprio mentre sembrava essersi convinto a proseguire la collaborazione. Dovrà essere accertata anche l’eventuale esistenza di pressioni esterne e, in caso affermativo, da chi e attraverso quali canali sarebbero state esercitate. Allo stato, tuttavia, non può essere esclusa l’ipotesi di un gesto impulsivo legato a una condizione di particolare vulnerabilità.

In attesa di fare chiarezza, l’episodio richiama quanto avvenuto nell’aprile 2025 nello stesso reparto, dove Pietro Pierino Ligato, esponente della criminalità organizzata dell’Agro caleno legata ai Casalesi e intenzionato a collaborare con la giustizia, morì in circostanze analoghe.
Dopo la scomparsa di Russo, gli altri detenuti collaboratori presenti nella sezione sarebbero stati tutti trasferiti. Una decisione che potrebbe rientrare nelle verifiche sull’organizzazione del reparto e sulla necessità di rivederne le misure di sicurezza.

Al di là degli accertamenti sulla morte, resta un elemento rilevante per le indagini sul clan: i verbali già resi da Costantino Russo non perdono valore a causa della sua scomparsa. Le dichiarazioni raccolte potranno essere esaminate, confrontate con altri elementi e, nei limiti previsti dalla legge, utilizzate dagli investigatori nei procedimenti in corso.

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