Dopo sei anni e mezzo in Italia, Ruslan Malinovskyi ha salutato la Serie A. Il centrocampista ucraino si è trasferito dal Genoa al Trabzonspor, in Turchia, con un’operazione a parametro zero.
L’addio al club rossoblù e all’Italia ha suscitato forti emozioni. «L’ultima settimana di campionato è stata difficile, sapevo che Genoa-Milan sarebbe stata la mia ultima partita al Ferraris», ha raccontato il giocatore, ringraziando i tifosi genoani e bergamaschi per l’affetto ricevuto.
L’Italia è diventata una seconda casa per lui e la sua famiglia. «I miei figli sono nati qui. Vedremo dove vivrò a fine carriera, ma sei anni e mezzo meravigliosi non si cancellano», ha spiegato. Inizialmente la famiglia non lo seguirà in Turchia per via degli impegni scolastici.
La scelta del Trabzonspor è legata a precisi obiettivi sportivi. «Voglio giocare ancora. Il mio traguardo sono i prossimi Europei e magari tornare in Champions League. Mi piacciono la pressione e la tensione, voglio sentirle ancora», ha affermato.
Il discorso si è poi spostato sulla drammatica situazione in Ucraina, dove la sua famiglia vive ancora. «La situazione è sempre la stessa: droni, missili, sirene che suonano. I miei genitori, mio fratello e molti amici sono rimasti lì», ha confidato, rievocando anche la sua esperienza al Sevastopol, club sciolto a causa della guerra del Donbass.
Malinovskyi ha ricordato con orgoglio il suo periodo all’Atalanta. «Giocare in quella Dea è stato meraviglioso. Nello spogliatoio c’era la sensazione che potessimo vincere lo scudetto». Ha anche smentito le voci su presunte incomprensioni con l’allenatore Gasperini, definendo il loro rapporto «perfetto fino all’ultimo giorno».
Un grande rimpianto di quel periodo resta la Champions League del 2020, con l’eliminazione ai quarti contro il Paris Saint-Germain. «In semifinale avremmo affrontato il Lipsia. Il pensiero di poter raggiungere la finale era concreto, ci credevo tantissimo. Avremmo scritto la storia».
Uno dei momenti più difficili della sua carriera è stato il grave infortunio alla caviglia subito contro il Venezia. «Ho sentito panico. Nessun dolore, solo il rumore di un grissino che si spezza: crac. Ho guardato il piede e ho capito che sarei rimasto fuori a lungo».
Nonostante una diagnosi che prevedeva circa sei mesi di stop, il giocatore è tornato in campo in soli 149 giorni. Un recupero record per cui ha ringraziato lo staff medico che lo ha seguito passo dopo passo, oltre ad aver espresso gratitudine verso l’allenatore De Rossi per la fiducia concessagli al rientro.








