NOMI. Morì dopo l’ozonoterapia: 2 indagati. Il paziente entrò nella clinica di Castel Volturno per un intervento programmato all’ernia

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Ciro Gravino
Ciro Gravino

AVERSA – Era entrato in clinica per un intervento programmato, legato a un problema di ernia al disco che lo accompagnava da tempo. Una procedura che, secondo quanto riferito dai familiari nella denuncia, era stata presentata come non invasiva e da eseguire in anestesia locale. Ciro Gravino, 49 anni, di Aversa, non è però più uscito vivo dalla sala operatoria dell’ospedale Pineta Grande di Castel Volturno.

La vicenda approda ora davanti al giudice. Per il primo luglio è fissata l’udienza preliminare davanti al gup del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, chiamato a valutare la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura. Il pubblico ministero Mariangela Condello ha chiesto il processo per due medici: Pasquale Vassallo, 71enne di Napoli, specialista in Medicina nucleare e Radiodiagnostica, e Pietro Internicola, 47enne di Pozzuoli, specialista in Anestesia e Rianimazione. Entrambi sono difesi dall’avvocato Antonio Tufano del foro di Napoli.

L’ipotesi contestata riguarda la morte del paziente in ambito sanitario. Secondo l’imputazione, i due professionisti, nell’esercizio della professione medica, avrebbero cagionato il decesso di Gravino per colpa, consistita in negligenza, imprudenza e imperizia. La Procura contesta loro di essersi discostati dalle linee guida, dalle regole dell’arte medica e dalle buone pratiche clinico-assistenziali nel corso, e comunque in seguito, a un intervento di stabilizzazione vertebrale a livello lombare praticato il 30 maggio 2024 nella struttura di Castel Volturno.

Quel giorno Gravino era stato accompagnato dai familiari in clinica. Intorno alle 11.30 sarebbe stato portato in sala operatoria, salutando i parenti. Poco dopo, però, qualcosa sarebbe andato storto. Verso le 14 alla famiglia venne comunicato che durante l’intervento si erano verificati problemi e che il 49enne era morto per arresto cardiaco. Per la Procura, il decesso sarebbe stato dovuto a una insufficienza cardiocircolatoria acuta, secondaria a un episodio di embolia gassosa oppure a una reazione vaso-vagale di elevata intensità, con bradicardia spinta. Eventi che, secondo l’impostazione accusatoria, avrebbero inciso sul decorso causale che ha portato alla morte del paziente.

La richiesta di processo entra anche nel dettaglio della procedura di chemionucleolisi con ozono. Secondo l’accusa, Vassallo e Internicola avrebbero tenuto comportamenti ritenuti censurabili e idonei a determinare, o comunque a contribuire, al decesso. Tra i profili contestati ci sono l’assenza di una premedicazione con farmaci anticolinergici, indicata come utile a prevenire un’eventuale reazione vaso-vagale, e una copertura analgesica giudicata insufficiente.

Non solo. La Procura contesta anche la mancata trascrizione del volume totale di gas iniettato, della velocità di somministrazione e della concentrazione utilizzata. Un passaggio ritenuto rilevante perché, secondo l’imputazione, durante la seduta sarebbero state praticate tre iniezioni, a fronte di una raccomandazione che avrebbe previsto una sola somministrazione per ogni seduta di ozonoterapia. Altri punti riguardano la scelta del segmento trattato e la diffusione del gas. Per l’accusa non sarebbe stata corretta l’indicazione all’agopuntura nel segmento L3-L4. Inoltre, il gas non sarebbe stato introdotto soltanto nei dischi intersomatici, ma anche nelle strutture attigue, comprese aree vascolari e meningo-nervose. È su questi passaggi che la Procura fonda la richiesta di mandare i due medici a processo.

I familiari di Gravino, subito dopo il decesso, chiesero spiegazioni alla direzione sanitaria. Nella denuncia sostennero di non avere ricevuto risposte chiare sulle ragioni della morte e diffidarono la struttura dall’eseguire autonomamente accertamenti diagnostici sulla salma. Da qui la richiesta alla Procura di disporre il sequestro e l’autopsia. Il pubblico ministero dispose poi anche il sequestro della cartella clinica, affidando gli accertamenti ai consulenti. Parti offese sono la moglie e i figli di Gravino. Tutti sono assistiti dall’avvocato Vincenzo Motti del foro di Napoli Nord.

Il punto centrale dell’inchiesta resta nella ricostruzione tecnica. I consulenti della Procura, dopo avere esaminato la documentazione sanitaria e gli esiti degli accertamenti, hanno escluso una morte naturale e collegato il decesso a quanto avvenuto durante la procedura. Secondo la loro ricostruzione, Gravino sarebbe stato colpito da un improvviso arresto cardiocircolatorio pochi minuti dopo l’inizio dell’intervento. Le manovre di rianimazione sarebbero proseguite a lungo, ma senza esito.

L’udienza preliminare del primo luglio servirà a stabilire se la vicenda dovrà approdare a processo. Gli imputati, come prevede la legge, sono da considerare innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna. La richiesta di rinvio a giudizio resta un atto dell’accusa e non anticipa l’esito del procedimento. Sarà davanti al giudice che le parti potranno confrontarsi sulle contestazioni, sulle consulenze e sulle eventuali responsabilità. Resta, sullo sfondo, la delicatezza dei procedimenti per colpa medica. La professione sanitaria è tra quelle più esposte al rischio: decisioni assunte in tempi rapidi, procedure complesse, pazienti con condizioni diverse e margini di imprevedibilità che non sempre possono essere eliminati. Proprio per questo, in casi come questo, l’accertamento giudiziario deve distinguere con rigore l’errore penalmente rilevante dall’evento avverso, il profilo di colpa dalla complicanza, la responsabilità individuale dal rischio fisiologico di un’attività medica. È il processo, se sarà disposto, il luogo in cui questi nodi potranno essere sciolti, nel contraddittorio tra accusa, difese e parti offese.

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