Per rilanciare il Sud serve un nuovo meridionalismo

L'intervento di Raffaele Carotenuto

Raffaele Carotenuto

La crescita delle aree in ritardo di sviluppo è tra le maggiori sofferenze di questo tempo storico, ancor più dopo la crisi sanitaria che ha messo quasi tutto il mondo in ginocchio.

Diventa centrale, quindi, anche una nuova dimensione teorica e ideologica del che fare, innanzitutto per il Mezzogiorno. Sarebbe opportuno appellarsi, a mio avviso, ad una qualche categoria di pensiero teorica studiata sui libri di scuola e sulle pagine della vita.
Per un corretto procedere d’analisi ritengo sia meglio rileggere, per esempio, gli archivi della Cassa per il Mezzogiorno, al fine di capire quando questa sia stata oggetto di un processo di industrializzazione, tanto da sorreggere fattivamente la modernizzazione di tutto il paese, e quando, per la prima volta (e forse l’ultima) il divario socio-economico tra nord e sud si era significativamente ridotto (almeno per un periodo).

Quando questa cioè non era ancora stata “stritolata” dalla mediazione della politica e conservava in sé la matrice originaria di struttura tecnica, autonoma e unitaria al servizio del paese. Certo i migliori anni coincidevano anche con una fase dell’economia internazionale in espansione, in un mondo più ricco e meno tormentato di oggi.

Esattamente il contrario di questa fase storica, dove gli aiuti europei (Pnrr) dovranno scuotere una insopportabile depressione, con famiglie e imprese al collasso, fronteggiando (e non aumentando) i debiti nazionali dei paesi della Ue. Vanno aumentati i salari per aiutare l’economia (più spesa) e va completato quel programma infrastrutturale che la Cassa per il Mezzogiorno individuava come “pre-requisiti”, condizione prodromica necessaria per affrontare lo sviluppo e l’occupazione del Mezzogiorno e, quindi, dell’intero paese.

Non è ancora possibile fare analogie tra il miglior periodo della Cassa per il Mezzogiorno e l’attuale Pnrr. Ma alcune riflessioni possono essere avanzate.Se il filo conduttore tra questo Governo e la pratica attuazione del Pnrr si snoda sugli incentivi ai rubinetti o al bonus vacanze allora possiamo già dire che il Sud non migliorerà in ricchezza. Da questo punto di vista la Cassa per il Mezzogiorno si prefiggeva la prospettiva di obiettivi programmatici complessivi.

Insomma, dopo la seconda guerra mondiale si trattava di trasformare un pezzo dell’Italia, da una condizione sostanzialmente agraria ad una prevalentemente industriale. Poi, le “deviazioni capitaliste” hanno permesso di creare una società (quella meridionale) tardo-industriale, concentrandosi più sul nord come motore italiano in Europa. Con il deludente risultato che, attualmente, questi è il motore inceppato d’Europa.

Il meridionalismo di allora, al contrario, aveva spinto molto in quel senso, perché chi “pensava” aveva chiaro in mente come il Mezzogiorno potesse riprendersi. Questo dovrebbe orientare un moderno pensiero meridionale a spingere verso una determinata direzione, cosa che non solo non viene fatto, ma nemmeno ci si interroga su quanto stia effettivamente accadendo. Il Sud, in questa dimensione, ne uscirebbe ancora più vecchio e malandato.

I meridionalisti, fondamentali nel dibattito sul futuro dell’Italia, debbono vergare fiumi di (nuove) parole e ripescare anche ciò che di buono queste terre hanno prodotto. Specialmente perché Governo e Parlamento sembrano distrarsi da tale perseguimento. Non credo che gli eletti e i rappresentanti del Mezzogiorno, al di là dei buoni propositi, possano misurarsi con la progettazione e pianificazione degli interventi necessari, né tantomeno con la programmazione della spesa e il relativo carico di realizzazione delle opere.

Se è vero, per concludere, che una polarizzazione nord/sud non porta da nessuna parte, deve essere anche vera un’analisi su quanto successo nell’ultimo trentennio, per valutare ciò che è effettivamente accaduto, ma ancor prima bisogna rendere sconfitta l’idea dell’accumulazione del capitale e dell’ampiezza dei mercati come uscita dalla crisi, come fenomeni trainanti per raggiungere il benessere sociale e collettivo. La storia degli ultimi tre decenni ha detto altro.

Un nuovo meridionalismo, quindi, perché è mutata la condizione del Mezzogiorno, va intrapreso.
E per questo serve ripartire dal coraggio di elaborare soluzioni da mettere a disposizione della politica del fare e delle responsabilità, interpretando le tendenze della globalizzazione e tutto quanto impone questa sorta di mercato mondiale.
Non ci sono ricette risolutorie, ma l’individuazione di una strada da percorrere la si deve praticare. Basta silenzi assordanti!

di Raffaele Carotenuto, scrittore e meridionalista

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