Reddito di cittadinanza: parassiti o bisognosi?

Vincenzo D'Anna, già parlamentare

Ricordo un vecchio manifesto del partito liberale affisso, in periodo di campagna elettorale, alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso. Su di esso campeggiava, in bella evidenza, la scritta “un liberale in più un parassita in meno”. Forse quell’epitaffio, categorico ma chiaro, fu preso in scarsa considerazione dagli elettori che, ancora una volta, scelsero il regime assistenziale e statalista. Fu come buttare un sasso nello stagno dal momento che quell’avvertimento fu trascurato anche dal ceto politico di allora. Erano quelli gli anni in cui con i governi di centrosinistra si faceva a gara a chi dovesse offrire agli elettori quanto più possibile. In Italia, dopo gli esecutivi centristi di Alcide De Gasperi e la Banca d’Italia guidata da Luigi Einaudi (cui toccava il merito di aver ricostruito la nazione, risanata l’economia e ottenuto alla Lira italiana il conferimento del primato di moneta più stabile e ad alto potere d’acquisto), erano subentrati i governi con dentro i socialisti di Pietro Nenni nel mentre, sullo sfondo, la possente e monolitica organizzazione del partito comunista italiano spingeva sul versante sindacale, salariale e rivendicativo. Insomma: erano i tempi in cui vedeva la luce il famoso art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, il salario come variabile indipendente dal lavoro, la scala mobile, e tanto altro ancora. Si nazionalizzavano le principali aziende (Iri, Enel, Finmeccanica, ecc.) e si istituiva il ministero delle Partecipazioni Statali che allargava a dismisura competenze e… deficit, sfornando migliaia di miliardi di perdite che andarono a creare quella montagna che fu chiamata, appunto, debito pubblico. Una montagna – sarà bene ribadirlo ancora una volta – piombata sulle spalle dei contribuenti (contemporanei e futuri) sotto forma di tasse e balzelli. Certo non era facile, bisogna ammetterlo, in quelle contingenze, tenere fuori dalle leve del potere il più forte partito comunista dell’Occidente, distaccare da questo le forze socialista e socialdemocratica dall’attrazione costituita dall’idea politica che poggiava sull’unità della sinistra italiana, tenere a bada le fameliche correnti democristiane e gli apparati burocratici dello Stato. Ma allignava in tutte le forze di governo e nella stessa opposizione un tacito patto di convivenza, per mantenere l’intero sistema socio economico, fondato sulla idolatria dello Stato e sull’iperplasia del medesimo, con tutti i suoi addentellati clientelari e le greppie delle diecimila aziende partecipate. Insomma: l’Andreottismo delle coscienze, come l’avrebbe ribattezzato, più tardi, Ferdinando Adornato, era un comune denominatore trasversale a tutto il ceto politico del Belpaese. Utilitarismo cinico, opportunismo politico, compromesso continuo: governare attraverso l’elargizione di prebende assistenziali, leggi senza copertura finanziaria, erano le principali categorie di pensiero politico. Inconfessabili ma dominanti, in quel periodo di vacche grasse e debiti a gogò. Una nazione come la nostra, che ha finito col conformarsi a questo agire politico – distinguo più, distinguo meno – ha ereditato una tara perenne che si è poi trasmessa nel tempo, unitamente ad un radicato e diffuso convincimento che quella fosse la funzione stessa della politica: tirare a campare, mantenendo il potere come universo di riferimento. Non desti quindi scalpore che in nome del cosiddetto Reddito di Cittadinanza si sia formato il consenso maggioritario per i farlocchi rivoluzionari del Movimento 5 Stelle. Consenso elettorale e di opinione che non è scemato fino a quando quell’elargizione è stata ritenuta, almeno in via prospettica, perenne ed universale, come un vero e proprio revival della spesa pubblica pauperistica intesa come rilancio dell’azione politica. Questo dopo i vari governi dediti al risanamento economico (a tanto costretti dai partner dell’Unione Europea) di fine secolo. Per dirla con altre parole, grazie ai grillini (ed ai loro alleati) si sono magicamente riaperte le strade per ottenere dallo Stato aiuti e sussidi, merce ormai scomparsa dalla scena con la chiusura delle segreterie politiche della Prima Repubblica. Ebbene quel consenso scemava ogni qualvolta il reddito veniva limitato oppure concesso solo a talune categorie di cittadini e a condizioni ben precise. Ora questa colossale “regalìa” politica e le rendite che essa ha garantito a Giuseppe Conte e ai suoi seguaci, sembra essere giunta all’epilogo finale. Ne va dato merito al governo di centrodestra, che occorre dirlo, aveva inserito l’abolizione del reddito di cittadinanza nel proprio programma elettorale, onde per cui si deve ritenere che il popolo stesso lo abbia ratificato accordando il successo dell’urna alla coalizione capitanata dalla leader di FdI Giorgia Meloni. Ancorché ridotto e poi azzerato, c’è da scommettere che non mancheranno, in ogni caso, arzigogoli legislativi per sostituirlo sotto altra veste. Questo perché il vero problema di fondo del nostro Paese, dove non manca chi pretende di vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche, rimane la mancata distinzione tra chi non vuole lavorare (parassiti) e chi non può lavorare, o non trova lavoro (bisognosi). Il reddito di cittadinanza è stato uno strumento parassitario e dannoso perché ha cancellato il presupposto iniziale che tale “aiuto” servisse a chi era realmente in cerca di un lavoro (riforma del collocamento) trasformandosi, invece, in una donazione generica ed iniqua. Questo il punto di distinzione che pure andrebbe fatto ma che, ahinoi, in tanti hanno evitato (e ancora evitano) di fare. Andrebbe fatto, sissignore. Non tanto per risparmiare denaro, quanto per dare anche un valore e un senso etico alla necessaria solidarietà.
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