Sinner si racconta: la famiglia e il caso Clostebol

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Sport tennis
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In una lunga intervista rilasciata a L’Equipe Magazine, Jannik Sinner ha offerto uno spaccato della sua vita fuori e dentro il campo. Il tennista ha parlato delle sue abitudini, delle sfide passate e della sua mentalità, svelando un lato più intimo rispetto a quello mostrato durante le competizioni.

Tra un torneo e l’altro, Sinner ha raccontato di portare con sé i joystick per la Playstation, ma anche la Gazzetta dello Sport. “Mi piace leggere i giornali perché penso sia importante sapere cosa succede nel mondo”, ha spiegato, aggiungendo con una battuta: “Le pagine del tennis le salto, perché so già cosa succede. Leggo quelle di calcio”. Oltre alla lettura, tra gli hobby ci sono la guida per rilassarsi dopo gli allenamenti e le serie su Netflix.

L’atleta ha anche affrontato un tema delicato come il periodo della sospensione per il caso Clostebol. “Ho pagato il prezzo di un errore che non era mio”, ha affermato. “In campo, nel periodo prima della sospensione, sembravo molto triste e in effetti lo ero. Non mi sentivo libero”. Ha confessato di non averne parlato con nessuno all’epoca, ma che l’esperienza lo ha aiutato a capire chi fossero i suoi veri amici.

“Poi una mattina mi sono svegliato con l’idea di trasformare tutto in positivo. Quando sono rientrato in campo, a Roma, mi sentivo felice e sollevato”, ha continuato. Un altro momento formativo è stata una passata sconfitta in finale al Roland Garros. “Sarebbe una bugia dire che è stato facile voltare pagina, ma ho cercato di guardare immediatamente avanti”. Da quella delusione ha tratto lezioni importanti che lo hanno portato a vincere tornei successivi, trovando la certezza di poter essere competitivo anche sulla terra battuta.

Molti lo definiscono un robot, un paragone che Sinner non ha trovato dispregiativo. “È così che funziono: cerco di essere il più preciso possibile. Mi immaginano come un giocatore senza emozioni, ma è perché mi sento molto concentrato”. Questa etica del lavoro deriva dall’esempio dei genitori, Hanspeter e Siglinde. “Da piccolo li vedevo solo la sera e la mattina presto. Indipendentemente da ciò che accadeva al ristorante, tornavano sempre a casa col sorriso. Da loro ho imparato a vivere nel presente”.

Infine, ha parlato della scelta di risiedere a Monaco, dettata dalla necessità di avere le migliori strutture per allenarsi e la tranquillità per concentrarsi. “Se fossi rimasto ad allenarmi a casa non sarei stato nelle condizioni per diventare il miglior giocatore possibile”, ha precisato, pur ammettendo la nostalgia per la famiglia e i nonni. Nonostante la distanza, il legame con il suo Paese rimane fortissimo: “Sono fiero di essere italiano”.

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