Luciano Castellini, il “Giaguaro”, parteciperà alla “Partita della Storia” per celebrare lo scudetto vinto dal Torino nel 1976. L’ex portiere tornerà sul prato del vecchio stadio Comunale, dove quasi cinquant’anni fa è stato protagonista di quell’ultimo, storico trionfo granata. Un evento che, a sua detta, è “più bello adesso che allora”, perché i ricordi hanno avuto il tempo di sedimentare e di essere assaporati con maggiore consapevolezza.
Castellini ha rievocato la tensione di quella giornata decisiva contro il Cesena, terminata 1-1. L’ansia era così palpabile da condizionare la prestazione di tutta la squadra, impedendo di godersi appieno il momento della vittoria. “Non mi sono mai divertito la domenica”, ha confessato, descrivendo il calcio come una passione vissuta con costante pressione. L’autorete di Mozzini, secondo il portiere, è nata proprio da quel clima, anche se alla fine il risultato ha permesso di festeggiare un traguardo inseguito per tutta la stagione.
L’ex numero uno ha sempre sottolineato le qualità umane di quel gruppo. “Eravamo proprio amici”, ha affermato, descrivendo un legame che andava oltre il campo e che dura ancora oggi, con una chat che riunisce tutti i compagni di squadra. La rivalità sportiva con la Juventus era intensa, ma sempre leale. Castellini ha infatti ricordato la sua grande amicizia con avversari come Dino Zoff, suo testimone di nozze, Claudio Gentile e Marco Tardelli.
Quello scudetto è stato definito “rivoluzionario” perché ha permesso alla squadra di liberarsi del peso del confronto con il Grande Torino. “Pativamo il peso di quella squadra, subivamo il confronto con gli Invincibili senza saperlo”, ha spiegato Castellini. Allenarsi allo stadio Filadelfia significava respirare la storia, cambiarsi negli stessi spogliatoi di Bacigalupo e sentire la pressione di un’eredità immensa, trasmessa dai racconti di chi aveva vissuto quell’epoca.
Il gruppo era unito e composto quasi interamente da italiani, molti dei quali di umili origini, come lui, Claudio Sala e Paolo Pulici. “Ci guadagnavamo la michetta”, ha detto, ricordando i sacrifici e la vita austera di allora. Con “Pupi” Pulici, in particolare, aveva un’intesa speciale, arrivando a comunicare in dialetto brianzolo per non farsi capire dagli avversari. Anche il suo soprannome, “Giaguaro”, ha una storia: glielo ha dato il giornalista Gianni Brera durante una cena, ispirato dai suoi tuffi nel lago di Como.
Infine, Castellini ha evidenziato una profonda differenza con il calcio attuale. La sua generazione era stata “indottrinata al Toro”, formata da giocatori che erano prima di tutto tifosi. Figure storiche come Ferrini, Cereser e Agroppi avevano trasmesso una dottrina che oggi, secondo lui, non esiste più. “I giocatori di oggi fanno la loro professione”, ha commentato con tono neutro, concludendo però che un nucleo di italiani con un forte attaccamento alla maglia potrebbe fare la differenza.



