Ucraina, la Russia critica il Papa. Premier giapponese da Bergoglio: “Uniti contro il nucleare”

In un momento storico in cui la guerra scatenata dalla Russia ha rievocato il terrore nucleare e i tentativi di mediazione sembrano in stallo, Papa Francesco si è mostrato disponibile anche andando a Mosca per incontrare Putin e dare così il suo contributo alla fine del conflitto

Giappone, Kishida eletto nuovo premier (Kyodo News via AP)

CITTA’ DEL VATICANO – In un momento storico in cui la guerra scatenata dalla Russia ha rievocato il terrore nucleare e i tentativi di mediazione sembrano in stallo, Papa Francesco si è mostrato disponibile anche andando a Mosca per incontrare Putin e dare così il suo contributo alla fine del conflitto. Eppure, le parole del Pontefice non sono piaciute alla Chiesa ortodossa russa, la quale afferma che, nell’intervista al Corriere della Sera, il Pontefice “ha travisato la sua conversazione con il patriarca Kirill” – nel frattempo inserito nella lista degli individui colpiti dal sesto pacchetto di sanzioni Ue – e ha “scelto il tono sbagliato per trasmettere il contenuto” del colloquio. Le parole incriminate sono quelle in cui Bergoglio, rivolgendosi a Kirill, commentava: “Siamo pastori dello stesso popolo di Dio. Ecco perché dobbiamo cercare vie di pace, per cessare il fuoco delle armi. Il patriarca non può diventare il chierichetto di Putin”.

“È improbabile che tali dichiarazioni possano contribuire all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa russa, che è particolarmente necessario in questo momento”, ha chiosato il servizio di comunicazione per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca.

Ma Papa Francesco non si ferma. E questa mattina ha ricevuto in Vaticano il primo ministro giapponese Fumio Kishida, in visita in Italia. Inevitabilmente, la conversazione tra il Pontefice e il primo ministro si è concentrata sulla guerra in Ucraina, sottolineando l’urgenza del dialogo e della pace e auspicando un mondo libero dalle armi nucleari. Su queste ultime, in particolare, si sono trovati d’accordo nel considerarne inconcepibile non solo l’uso ma anche il possesso: Kishida ha espresso l’intenzione di collaborare con la Santa Sede per liberare il mondo dalla loro minaccia, citando il messaggio di pace e l’appello di Papa Francesco alla loro abolizione fatti in più occasioni.

Il primo ministro, che dopo aver visto Bergoglio ha incontrato anche il segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin e il segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher, non ha mai nascosto la sua apprensione per la guerra in Ucraina e le sue ripercussioni, anche in Asia. Alla già consolidata minaccia della Corea del Nord, che proprio oggi ha lanciato un altro missile balistico verso le acque orientali giapponesi e ha promesso di accelerare lo sviluppo del proprio arsenale nucleare, si è aggiunta in Kishida la preoccupazione riguardo le velate minacce russe di usare armi nucleari su Kiev: “Gli orrori delle armi nucleari non devono mai ripetersi”, ha ribadito qualche settimana fa nel corso di una visita con l’ambasciatore Usa in Giappone Rahm Emanuel a Hiroshima.

D’altra parte, la famiglia Kishida è originaria proprio di quella città che, insieme a Nagasaki, ha vissuto gli effetti devastanti dei bombardamenti atomici. Molti dei famigliari del primo ministro sono morti per lo scoppio della bomba ‘Little boy’, quella mattina del 6 agosto 1945, e Kishida è cresciuto ascoltando le storie dei sopravvissuti. Un incubo nucleare in cui il Giappone è ripiombato l’11 marzo del 2011, con il disastro della centrale di Fukushima che, inevitabilmente, ha riportato alla memoria quello di Chernobyl, in Ucraina, nel 1986.

Papa Francesco, all’inizio dell’anno, ha fatto notare che “chi possiede armi, prima o poi finisce per utilizzarle” e che quindi “il loro possesso è immorale”. Non solo: “La loro fabbricazione distoglie risorse alle prospettive di uno sviluppo umano integrale” e il loro utilizzo “minaccia l’esistenza stessa dell’umanità”. Una posizione in linea con la politica del Paese del Sol Levante che, ad oggi, resta il paladino del disarmo nucleare, ben saldo alla politica dei tre “no”: no alla produzione, no all’importazione, no alla presenza di armi nucleari sul suo territorio.

di Giusi Brega

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