TEHERAN – La diplomazia internazionale si muove su un terreno minato, sospesa tra fragili proclami di tregua e minacce di una nuova escalation militare. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha cercato di gettare acqua sul fuoco confermando che il cessate il fuoco tra Washington e Teheran rimane formalmente in vigore. Parlando ai giornalisti prima di lasciare la Francia, dove ha preso parte a una cerimonia commemorativa della Seconda Guerra Mondiale, Hegseth ha gettato uno sguardo ottimista sul futuro dei negoziati, pur ammettendo l’esistenza di forti turbolenze lungo il percorso.
“Certo che c’è un cessate il fuoco”, ha dichiarato fermamente il capo del Pentagono, aggiungendo tuttavia che il presidente Donald Trump è stato “molto chiaro sul fatto che durante un cessate il fuoco possono verificarsi degli imprevisti”. Secondo quanto riportato dall’emittente Iran International, Hegseth ha sottolineato che le trattative sono in una fase cruciale e attiva: “Le cose si stanno muovendo, le spedizioni stanno transitando. L’Iran non dovrebbe sparare contro di esse. E quando lo farà, ce ne occuperemo come è lecito aspettarsi”. Nonostante i rischi, la Casa Bianca mantiene alta la fiducia, ritenendo che un “ottimo accordo” sia ormai probabile e vicino.
La replica di Teheran non si è fatta attendere, evidenziando una spaccatura speculare nelle interpretazioni della crisi. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha lanciato un durissimo monito attraverso un post sul social network X, dichiarando che le basi e le infrastrutture statunitensi e israeliane nella regione sono ormai da considerarsi “obiettivi legittimi”. Secondo il rappresentante iraniano, Washington e Tel Aviv non rispetterebbero la tregua né crederebbero nel dialogo, dimostrando di “comprendere solo il linguaggio della forza”.
Ghalibaf ha puntato il dito contro i recenti raid israeliani su Beirut e il blocco navale, affermando che “il via libera dato oggi dagli Stati Uniti al regime sionista trasforma le installazioni americane in bersagli”.
A rendere lo scenario ancora più cupo sono i drammatici risvolti sul campo in Libano. Un’inchiesta del New York Times, supportata da esperti e organizzazioni umanitarie, ha denunciato l’utilizzo di fosforo bianco da parte dell’esercito israeliano in aree densamente popolate. I filmati verificati dal quotidiano statunitense mostrano le caratteristiche scie di fumo di queste munizioni incendiarie: un ordigno è stato localizzato non più tardi del 30 maggio a Nabatieh, una città di 40.000 abitanti, durante i combattimenti per la presa del Castello di Beaufort.
Altre prove visive documentano l’uso della sostanza vicino alla città costiera di Tiro e nei centri di Qlayaa, Khiam e Yohmor. Il fosforo bianco, che si infiamma spontaneamente a contatto con l’aria, provoca ustioni devastanti ed è quasi impossibile da spegnere, sollevando pesanti interrogativi sul rispetto del diritto umanitario mentre si tenta di siglare la pace.








