Turchia: la siccità apre voragini in Anatolia

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Crisi idrica
Crisi idrica

Nel cuore dell’Anatolia centrale, nella regione di Konya, il terreno sta cedendo. La formazione di improvvise e gigantesche voragini, note come “obruk”, si è trasformata in un’emergenza. Questi crateri sono il sintomo di una crisi profonda legata al drastico abbassamento delle falde acquifere.

L’entità del problema è allarmante. L’Autorità turca per la gestione dei disastri (AFAD) ha censito 684 doline, di cui 534 nel distretto di Karapınar, che detiene così il primato mondiale per densità di voragini. Dall’inizio del 2025, sono state confermate oltre venti nuove aperture.

Il meccanismo è scientifico. Il sottosuolo carsico della regione è ricco di cavità. La siccità e il prelievo idrico insostenibile hanno fatto crollare il livello delle acque sotterranee, che oggi scende di 4-5 metri l’anno. Private del sostegno dell’acqua, queste cavità non reggono il peso del terreno sovrastante, che sprofonda.

A innescare il collasso è un circolo vizioso agricolo. Il 90% dell’acqua prelevata nella regione di Konya è usata per irrigare i campi. La siccità costringe a usare sempre più riserve sotterranee, alimentando un sistema di pozzi illegali stimato in oltre 100.000 unità. Più si scava, più la terra si svuota e cede.

Alcuni agricoltori hanno però scelto di reinventarsi. Un collettivo locale ha reintrodotto la coltivazione della canapa, una pianta meno esigente in termini idrici. Laddove il mais richiedeva fino a dieci irrigazioni stagionali, la canapa ne necessita solo tre, dimostrando che un’alternativa è possibile.

La vicenda di Konya è un monito per l’intero bacino del Mediterraneo, una delle aree del pianeta che si sta riscaldando più rapidamente. Le siccità prolungate, un tempo eccezionali, sono diventate la norma, con costi economici e ambientali enormi. Ciò che accade in Anatolia anticipa scenari futuri per altre regioni.

Appare paradossale che la Turchia si prepari a ospitare la COP31, il vertice ONU sul clima. Le attuali politiche climatiche del Paese sono giudicate “altamente insufficienti” per rispettare gli impegni di Parigi. Mentre la diplomazia discute, a Karapınar la terra continua a franare.

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