FRIGNANO – Non solo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e la confessione di Raffaele Bidognetti ‘o puffo. A sostenere l’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, nell’inchiesta sull’omicidio Giovanni Borrata, sono state anche le intercettazioni telefoniche e ambientali eseguite dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta.
Nel mirino degli investigatori è finito Marcello Ferrara, detto Amaro Averna, di Giugliano, ritenuto coinvolto nel delitto avvenuto nel 1998, quando Borrata fu ucciso per errore durante un agguato destinato a Matteo Tesorello. Le attività tecniche hanno riguardato non solo Ferrara, ma anche i suoi familiari: intercettate le utenze cellulari in uso allo stesso indagato e alla moglie, oltre alle conversazioni registrate all’interno della Renault Twingo utilizzata dalla famiglia.
Proprio a bordo dell’auto monitorata, subito dopo la notifica dell’informazione di garanzia nel marzo 2025, emergono dialoghi ritenuti rilevanti dagli inquirenti. Ferrara, parlando con il fratello Domenico e con i familiari (non indagati), si mostra consapevole delle accuse, sostenendo però che esse derivino da un’unica fonte dichiarativa, un elemento che, secondo il pubblico ministero, non corrisponderebbe al vero.
Nei colloqui captati, Domenico Ferrara tenta di ridimensionare la vicenda, sottolineando la necessità di “prove e riscontri”, mentre la suocera manifesta rabbia nei confronti del collaboratore di giustizia. In un passaggio ritenuto centrale dagli investigatori, lo stesso Domenico fa riferimento al fatto che, dopo l’omicidio, Bidognetti e Marcello Ferrara sarebbero andati a casa sua “a lavarsi le mani”, circostanza interpretata come un possibile riferimento alla fase successiva al delitto.
Tuttavia, questo elemento viene successivamente smentito dallo stesso Bidognetti, che nel corso di un interrogatorio ha negato di essersi recato nell’abitazione del fratello di Ferrara dopo l’agguato, dichiarando invece di essersi fermato nel cortile della casa di Marcello. Altre intercettazioni mostrano Ferrara particolarmente cauto nel parlare, tanto da invitare i familiari a non affrontare determinati argomenti, consapevole del rischio di essere ascoltato, un atteggiamento che, per la difesa, rappresenta una normale reazione alla scoperta di essere indagato e non un indice di colpevolezza.
Alla luce di questi elementi, secondo il giudice, il quadro indiziario non raggiunge il livello di gravità richiesto. Le intercettazioni, pur inserite nel mosaico investigativo, non offrono riscontri individualizzanti sufficienti alle dichiarazioni accusatorie del collaboratore di giustizia. Per questo motivo è stata rigettata la richiesta di misura cautelare nei confronti di Marcello Ferrara.
L’indagine si inserisce nel più ampio filone che ha ricostruito la sequenza di delitti legati al clan dei Casalesi. Dopo l’errore che portò all’uccisione di Borrata, infatti, Bidognetti avrebbe fatto portare a termine l’obiettivo originario, ossia l’eliminazione di Matteo Tesorello. Proprio su quell’omicidio, avvenuto anni dopo, la Dda di Napoli ha ottenuto recenti sviluppi investigativi con l’arresto di Armando Di Puoti, detto ‘Armanduccio’, 53 anni, Raffaele Simonelli, alias ‘Papele’, 55 anni, e Placido Tonziello, 63 anni, ritenuti esecutori materiali del delitto.


















