Caglioni: dal calcio ai camion, una vita stravolta

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Cronache sport calcio
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Nicholas Caglioni, ex portiere con un passato in Serie A tra Atalanta e Messina, ha iniziato una seconda vita. A 43 anni ha lasciato definitivamente il mondo del calcio, un ambiente che ha dichiarato di non apprezzare più, per diventare un camionista. Una scelta radicale, maturata dopo aver appeso i guanti al chiodo nel 2019 con quasi trecento partite da professionista alle spalle.

La sua carriera è stata segnata da un evento spartiacque avvenuto nel 2007. All’epoca portiere del Messina in Serie A, è risultato positivo alla cocaina in un controllo antidoping. Caglioni ha sempre sostenuto la sua innocenza, descrivendo l’accaduto come un’ingiustizia che gli ha rovinato il percorso professionale. L’ex atleta ha raccontato di aver appreso della positività tramite una telefonata del direttore sportivo, una notizia che lo ha gettato nel panico.

Ha sempre negato di aver mai fatto uso di quella sostanza, pur ammettendo di frequentare locali come ogni ragazzo della sua età. Ha avanzato dubbi sulla regolarità dei controlli, sottolineando di essere stato sorteggiato per l’antidoping quattro volte consecutive, un fatto che ha definito “strano”. Secondo la sua versione, non gli è mai stata concessa la possibilità di effettuare le controanalisi.

Caglioni ha spiegato che, se avesse patteggiato, avrebbe potuto ottenere una squalifica ridotta a sei mesi, ma ha scelto di affrontare il processo proprio per difendere la sua innocenza. La sua spiegazione è che la sua figura fosse diventata “scomoda” per qualcuno, forse a causa del suo carattere diretto e del rinnovo contrattuale appena firmato. La squalifica di due anni lo ha allontanato dalla Serie A, un campionato in cui, a suo dire, sarebbe potuto rimanere a lungo. Ha anche rivelato che, prima dello stop, il Milan lo aveva cercato.

Dopo aver scontato la squalifica, è rientrato nel 2009 con la Pro Patria in Serie C. La sua carriera è proseguita nelle serie minori con squadre come Modena, Crotone e Lecce. Durante questo periodo, ha continuato a sentirsi nel mirino, venendo spesso sorteggiato per i controlli e trattato, a suo dire, “come un criminale”.

L’addio al calcio è stato definitivo. Ha affermato di non guardare più le partite e di essersi stancato della vita da professionista, paragonandola a una “clinica” per l’eccessiva medicalizzazione con dietologi e psicologi. La decisione di diventare camionista è arrivata dopo la pandemia, seguendo le orme del padre.

Oggi guida per 8-10 ore al giorno, trasportando merci in Italia e in Europa. Questo nuovo lavoro, ha dichiarato, lo rilassa e gli permette di trascorrere i fine settimana con suo figlio. Nonostante qualche rimpianto per come sono andate le cose, ha detto di non provare più rabbia e di aver trovato una nuova felicità, ribadendo con fermezza la sua estraneità ai fatti che gli sono stati contestati.

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