ORTA DI ATELLA – Un opificio trasformato in una trappola di sfruttamento e in una potenziale bomba ecologica nel cuore della Terra dei Fuochi. È questo il quadro desolante emerso ieri, 20 maggio, al termine di un blitz dei Carabinieri in un calzaturificio di Orta di Atella, in provincia di Caserta. L’operazione, nata come un controllo mirato al contrasto del lavoro sommerso e dei reati ambientali, si è conclusa con l’arresto in flagranza di reato del titolare, un imprenditore di 72 anni, il sequestro dell’intera area industriale e la sospensione immediata dell’attività.
L’intervento, condotto in maniera sinergica dai Carabinieri della Stazione locale, dal Nucleo Carabinieri Forestale di Marcianise e dal Nucleo Ispettorato del Lavoro di Caserta, ha svelato una realtà di illegalità diffusa su più fronti. Al momento dell’accesso ispettivo, all’interno della fabbrica erano presenti quattordici operai intenti a lavorare. I successivi accertamenti hanno fatto emergere una situazione di grave sfruttamento: ben nove di loro erano irregolari. Sette, in particolare, erano completamente “in nero”, impiegati senza alcuna comunicazione di assunzione e quindi privi di ogni tutela legale, contrattuale e previdenziale. Altri due lavoratori, pur avendo un contratto, non risultavano coperti dalla necessaria assicurazione contro gli infortuni presso l’INAIL, esposti a rischi quotidiani senza alcuna garanzia.
Ma lo sfruttamento della manodopera era solo una faccia della medaglia. Le condizioni di lavoro all’interno del calzaturificio erano drammaticamente precarie e pericolose. I militari hanno contestato una lunga serie di violazioni in materia di sicurezza: dall’assenza totale di formazione per i dipendenti alla mancata redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), un atto fondamentale per la prevenzione degli infortuni. Gli operai lavoravano senza i dispositivi di protezione individuale (DPI), in ambienti non conformi ai requisiti minimi di legge e utilizzando macchinari la cui manutenzione era palesemente insufficiente. Un contesto che metteva a repentaglio la loro salute e la loro incolumità ogni singolo giorno.
Il quadro si è aggravato ulteriormente quando i Carabinieri Forestali hanno ispezionato le aree esterne dell’opificio. Qui è stata fatta la scoperta più allarmante: ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi, derivanti dal ciclo produttivo, erano stoccati e miscelati illecitamente, in totale spregio delle normative ambientali. Tra i materiali rinvenuti c’erano imballaggi contaminati da sostanze chimiche, residui di colle e solventi, tutti altamente inquinanti. L’aspetto più grave, secondo gli investigatori, è che questi rifiuti erano stati lasciati esposti agli agenti atmosferici. Il dilavamento provocato dalle piogge aveva generato un percolato tossico, un liquido altamente inquinante che rischiava di contaminare il suolo e le falde acquifere circostanti.
Di fronte a un simile scenario, i Carabinieri hanno agito con fermezza. L’intera area e tutti i rifiuti illecitamente gestiti sono stati posti sotto sequestro penale. Per il titolare dell’azienda, un settantaduenne ritenuto il responsabile diretto di questa gestione illecita di rifiuti, sono scattate le manette con l’accusa di attività di gestione e miscelazione di rifiuti speciali pericolosi. Dopo le formalità di rito, l’uomo è stato posto agli arresti domiciliari, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. L’operazione si è conclusa con l’irrogazione di sanzioni amministrative e penali per un importo complessivo che sfiora i 112 mila euro e con la sospensione dell’attività imprenditoriale. Un colpo duro all’illegalità che conferma l’impegno costante dell’Arma nella difesa della legalità, dell’ambiente e della dignità dei lavoratori.






