La Lombardia ha tracciato una nuova rotta nella gestione del territorio, diventando la prima regione in Italia a dotarsi di una legge finalizzata a regolamentare l’espansione dei data center. La norma, approvata dal consiglio regionale, utilizza la leva economica per disincentivare la costruzione di nuovi poli digitali, introducendo un significativo inasprimento degli oneri di costruzione. L’obiettivo dichiarato non è bloccare lo sviluppo tecnologico, ma orientarlo verso soluzioni più sostenibili e meno impattanti sul paesaggio.
Il cuore della legge risiede in un drastico aumento dei costi per chi vuole edificare. Nello specifico, la costruzione di un centro dati in un’area agricola comporterà un raddoppio degli oneri (+100%). L’aumento sarà ancora più consistente, fino a triplicare i costi attuali (+200%), qualora il progetto ricada all’interno di un’area parco. Si tratta di una misura forte, concepita per scoraggiare la cementificazione di suolo agricolo e la compromissione di zone a elevato valore naturalistico.
L’iter di approvazione, conclusosi il 26 maggio 2026, ha rivelato un’evoluzione nel dibattito politico. Le proposte iniziali, infatti, parlavano di aumenti molto più contenuti, oscillanti tra il 50% e il 75%. La svolta restrittiva è maturata in aula, grazie a un emendamento del capogruppo della Lega, Alessandro Corbetta, che ha alzato notevolmente l’asticella degli oneri. La discussione ha visto anche una parziale collaborazione delle opposizioni di centrosinistra, sebbene al momento del voto finale alcuni consiglieri si siano astenuti e altri abbiano lasciato l’aula, a testimonianza della complessità del tema.
La necessità di un intervento normativo nasce da un contesto preciso. La Lombardia è la regione italiana che attira il maggior numero di investimenti in questo settore, con una concentrazione di progetti, realizzati o in cantiere, senza pari nel resto del Paese. I promotori della legge hanno evidenziato come spesso queste operazioni si configurino come mere speculazioni immobiliari: ampi lotti di terreno vengono acquistati senza che vi siano progetti industriali dettagliati o tempistiche certe per la loro realizzazione, congelando di fatto porzioni di territorio.
Questa iniziativa legislativa lombarda potrebbe fare da apripista a livello nazionale, ponendo l’accento su un aspetto critico della transizione digitale: l’impronta ecologica delle sue infrastrutture. I data center, infatti, sono strutture estremamente energivore. Il loro fabbisogno di elettricità per l’alimentazione dei server e per i complessi sistemi di raffreddamento genera una pressione considerevole sulla rete energetica e sulle risorse idriche locali. Regolamentarne la localizzazione è, quindi, un passo cruciale per governare l’impatto ambientale della digitalizzazione, cercando un equilibrio tra innovazione e tutela del patrimonio paesaggistico e naturale.






